Da Famiglia Cristiana n. 36 del 5 settembre
2009
COSA C’È DIETRO ALLE ACCUSE CONTRO IL DIRETTORE DI
"AVVENIRE"
È UN BRUTALE ATTACCO
ALLA LIBERTÀ DI CRITICA
Criticare sui giornali gli atti di un Governo è
e resta un carattere irrinunciabile della democrazia.
Beppe
Del Colle
Un’ovvia verità, suffragata dallo stesso Feltri e corroborata da molti articoli usciti sul suo quotidiano nei giorni successivi, nei quali si è sostenuta la medesima tesi: chi la fa l’aspetti, il moralismo non paga chi ci si avventura. E il primo a pagare è stato Dino Boffo, indicato da Feltri come il «capofila dei moralisti impegnati a lanciare anatemi contro Silvio Berlusconi per le sue vicende private».
Il punto chiave della brutta storia è un documento anonimo intitolato "Riscontro a richiesta di informativa di sua eccellenza", in cui si rende nota la sentenza pronunciata dal Gip del tribunale di Terni il 9 agosto 2004 nei confronti di Boffo, condannato a una pena pecuniaria di 516 euro per una "molestia" telefonica commessa nel 2002 ai danni di una donna.

Vittorio Feltri, direttore de il Giornale e Dino Boffo,
direttore di Avvenire (foto Ansa).
Il documento di cui sopra è stato inviato recentemente a molti vescovi i quali giustamente – trattandosi di un anonimo – l’hanno buttato prontamente nel cestino come spazzatura.
Il direttore di Avvenire ha chiarito, in una lunga risposta ai molti lettori che gli hanno scritto, che quella pena pecuniaria l’aveva egli stesso patteggiata per mettere fine a una storia giudiziaria imbarazzante in cui "la prima vittima" era stato proprio lui, perché quelle telefonate, partite da un suo cellulare, erano state in realtà fatte da un ragazzo tossicodipendente, che gli era stato raccomandato da don Gelmini perché in qualche modo lo aiutasse a uscire dalla droga (di cui il giovane è poi rimasto vittima per un’overdose).
La prima sorpresa è stata la telefonata con cui il ministro dell’Interno Maroni ha voluto avvertire Boffo che quel "riscontro" non è mai partito da nessun organo centrale o periferico dell’apparato di sicurezza dello Stato; una seconda sorpresa è emersa dalla lettura di quella presunta "informativa" (pubblicata in fotocopia dal Corriere della Sera di lunedì 31 agosto) contenente sia errori di grammatica ("sconcie" con la "i") sia soprattutto di procedura penale, messi fra l’altro in evidenza da un frequentatore del sito internet dello stesso il Giornale.
In quella "informativa" sulla personalità di Dino Boffo (in cui ovviamente l’interessato non si riconosce affatto) si legge una frase che colpisce chiunque la legga con un minimo di attenzione politica: egli, si dice in quello scritto anonimo, «gode indubbiamente di alte protezioni, correità e coperture in sede ecclesiastica».
La domanda legittima è questa: chi ha confezionato quel documento, ma soprattutto chi se ne è servito per suscitare una polemica estremamente delicata, si è reso conto che coinvolgere direttamente e scioccamente la Chiesa in un evidente conflitto con lo Stato – che né la Chiesa né lo Stato possono permettersi per non tornare indietro di un secolo – è un’offesa al bene comune di un Paese che di ben altre questioni deve discutere nelle sedi giuste?
In ogni modo, se si tratta di un’intimidazione o di avvertimento, sia ben chiaro che criticare sui giornali gli atti di un Governo, senza scendere in sconci pettegolezzi di natura personale, è e resta un carattere irrinunciabile della democrazia.