Da Famiglia Cristiana n. 36 del 5 settembre 2009
DOPO LA PENOSA VICENDA DEGLI ATTACCHI AL DIRETTORE DI
"AVVENIRE"


LA LOGICA DEL VANGELO
NON AMMETTE RETICENZE

«È diritto della Chiesa dare il proprio giudizio morale anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime» (Gaudium et spes, 76).
 

Nell’Italia d’oggi, molti sembrano rimpiangere la "Chiesa del silenzio". Sono coloro che ogni volta che vescovi, parroci o mass media cattolici fanno sentire la loro voce, parlano di "indebite ingerenze", minacciano ricatti e ritorsioni, brandendo l’otto per mille o il Concordato come cappio al collo di una Chiesa che si vorrebbe reticente o in ostaggio. O, ancor peggio, lanciano pesanti intimidazioni (o avvertimenti), com’è avvenuto per Dino Boffo, direttore di Avvenire, cui va la nostra solidarietà per il "grave e disgustoso" attacco subìto per aver osato criticare scelte del Governo.

Se la Chiesa interviene per difendere la vita, minacciata da aborto, eutanasia, manipolazioni genetiche, o la famiglia fondata sul matrimonio, la "Chiesa del silenzio" viene invocata dai radicali e dalla sinistra. Se, al contrario, difende la dignità degli immigrati, allora è la Lega a volere il silenziatore. Stupisce, da una parte e dall’altra, l’invito alla Chiesa e ai suoi rappresentanti a non occuparsi di ciò che succede nel Paese e badare solo a "ciò che le compete". Come se la difesa della dignità di ogni vita umana (dal bambino condannato a non nascere allo straniero inghiottito nel mare oltre che nell’indifferenza generale) non fosse di sua competenza. 

«Le nostre società cosiddette civili, in realtà hanno sviluppato sentimenti di rifiuto dello straniero, originati non solo da una non conoscenza dell’altro, ma anche da un senso di egoismo per cui non si vuole condividere con lo straniero ciò che si ha. Purtroppo, i numeri continuano a crescere: secondo le ultime statistiche, dal 1988 a oggi il numero di potenziali migranti naufragati o vittime alle frontiere dell’Europa ha contato oltre 14.660 morti». Solo per averlo ricordato, il presidente del Pontificio consiglio per i migranti, monsignor Antonio Maria Vegliò, è finito nell’occhio del ciclone e delle polemiche.

Ma c’è anche chi (e siamo davvero all’assurdo), come un presidente emerito della Repubblica, giunge a ipotizzare un controllo «sulle dichiarazioni di responsabili della Curia, degli organi della Cei, dei vescovi italiani e degli organi di stampa della stessa Conferenza episcopale, delle singole diocesi o di istituti religiosi, quale ad esempio Famiglia Cristiana». Il tutto in nome di quel Concordato che, nella versione aggiornata del 1984, all’articolo 2, per la verità dice ben altro: «È garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

Che è poi quello che ribadisce il concilio Vaticano II: «Sempre e dovunque, e con vera libertà, è diritto della Chiesa predicare la fede e insegnare la propria dottrina sociale, esercitare senza ostacoli la propria missione tra gli uomini e dare il proprio giudizio morale, anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime» (Gaudium et spes, 76).

A chi sostiene che compito della Chiesa è la carità, quello dei governanti far rispettare le leggi, ricordiamo che dovere dei cristiani è denunciare come ingiuste le conseguenze di leggi che violano l’uguaglianza e i diritti fondamentali di ogni uomo. La logica del Vangelo non ammette silenzi. La reticenza può salvare equilibri politici, ma non tacitare la coscienza. Sì a compromessi realistici, ma non al prezzo della dignità.