(Famiglia Cristiana n° 43 del 25.10.2009)
LA "GUERRA DEI DICIASSETTE ANNI" TRA BERLUSCONI E LA MAGISTRATURA


SI ATTACCANO I GIUDICI
SI COLPISCE LA DEMOCRAZIA


Il servizio di Canale 5 che ha pedinato Raimondo Mesiano, il giudice che ha condannato Fininvest al risarcimento di 750 milioni di euro in relazione al lodo Mondadori. Mentre andavano in onda le immagini "esclusive", in studio il magistrato veniva definito stravagante per il colore turchese dei suoi calzini.

Nei primi anni Novanta i magistrati milanesi (i sostituti procuratori Colombo, D’Ambrosio, Davigo, Di Pietro, Greco, Ielo e altri, e il loro capo Borrelli), impegnati nell’operazione Mani pulite, iniziata pubblicamente il 17 febbraio 1992 con l’arresto di Mario Chiesa, erano considerati eroi nazionali. I media, e in particolare i Tg del gruppo Fininvest, ne seguivano il lavoro con enorme clamore ed entusiasmo, il "popolo" affollava i marciapiedi del Palazzo di Giustizia per applaudirli quando passavano. Adesso sono "toghe rosse". Non parliamo poi di cosa ha fatto Canale 5 a un giudice mentre andava dal barbiere con i calzini turchesi, per il Tg inadatti al suo ruolo pubblico.

Cos’è successo nel frattempo? La storia giudiziaria del presidente del Consiglio, con i sedici processi già svoltisi (tre conclusi con assoluzioni di merito) o in corso (precisamente ancora quattro) contro di lui, sempre partendo dalla Procura di Milano.

In un’intervista che chiude il libro Mani pulite di Barbacetto, Gomez e Travaglio (uscito nel 2002 dagli Editori Riuniti) l’allora procuratore capo Borrelli dice: «Incontrai Berlusconi per la prima volta soltanto nei primi mesi del ’94. Vidi arrivare questo sorridente signore, che mi si presentò e mi tese la mano. (…) All’epoca c’erano già alcune indagini sul gruppo Fininvest (…). Qualcuno già parlava di "guerra" tra la Procura di Milano e il gruppo. Perciò, incrociando Berlusconi nel corridoio, gli domandai: "Non c’è guerra fra di noi, vero dottor Berlusconi?". E lui rispose: "No, no, assolutamente, per carità"».

E invece, dopo la "discesa in campo" del Cavaliere in politica, la "guerra" c’è stata, attraverso una lunga stagione di leggi ad personam per evitare processi ed eventuali condanne, depenalizzando reati o accorciandone i tempi di prescrizione, e ottenendo più volte in tribunale le attenuanti generiche. E oggi è arrivata al diapason con la bocciatura del "lodo Alfano", che ha generato attacchi anche molto aspri al capo dello Stato, alla Corte costituzionale, alla magistratura, e la riproposizione di una volontà ferrea: riformare lo Stato, cominciando appunto dalla Giustizia.

Barbara Spinelli sostiene che siamo di fronte a un nuovo episodio di lotta allo Stato e alle sue istituzioni, ricordando che lungo tutta la storia della Repubblica questo fenomeno è una costante da parte di una certa borghesia imprenditoriale e finanziaria (e cita Cefis, Calvi, Gelli e la sua P2, Sindona…) a cui ha corrisposto tragicamente dall’altra parte il terrorismo rosso negli anni ’60 e ’70.

Si può andare anche più indietro: nell’Europa del Novecento l’Italia, la Germania, il Portogallo, la Spagna hanno conosciuto "rivoluzioni" contro le istituzioni da parte di movimenti sfociati poi in dittature, ma partiti sempre dall’indebolimento degli ordini istituzionali preesistenti, a cominciare dal Parlamento e dalle stesse Costituzioni. E sempre con l’appoggio incondizionato di folle spesso esultanti, cioè di un "popolo" al quale si poteva far credere di tutto anche con il cinema che filmava le "adunate oceaniche" di quei regimi (adesso c’è la Tv).

Naturalmente nulla è perfetto al mondo, nemmeno le Costituzioni. Ma c’è modo e modo per correggerle, non confondendo le ragioni e gli interessi personali con i diritti e i doveri dei cittadini e le funzioni delle istituzioni. Ricordando sempre, come suggerisce Barbara Spinelli, che «regole, magistrati, giustizia, legge, vengono prima della nascita della democrazia e anche prima delle nazioni».