Da
Avvenire
un articolo di Francesco Ognibene
L'AGGRESSIONE
Accuse a Boffo: Feltri
ci ripensa
Tardiva, defilata, a denti stretti, con l’errato rimando
dalla prima a una pagina pubblicitaria interna, ma l’auto-smentita alla fine
è arrivata. Novantanove giorni dopo quella prima pagina nella quale esibiva
le carte (rivelatesi poi inattendibili) di un presunto "caso", Vittorio
Feltri e il Giornale ieri
hanno ingranato la retromarcia, esprimendo a Dino Boffo persino
«ammirazione» dopo averlo ingiustamente attaccato per giorni. Ora il
direttore ammette che s’era sbagliato. E lo fa con molta meno evidenza di
quelle sortite agostane, ma lo fa.
La vicenda esplode del tutto inattesa il 28 agosto con una pagina nella
quale il direttore del Giornale dice
di voler «smascherare i moralisti» prendendosela col collega di Avvenire «in
prima fila nella campagna di stampa contro Berlusconi». Boffo gli replica il
giorno dopo definendo quella che Feltri ha evocato – l’ammenda per una
vecchia querelle giudiziaria a Terni, di nessun rilievo ma rinforzata da una
lettera anonima spacciata per "nota informativa" – «una vicenda
inverosimile, capziosa, assurda», un’operazione che sa di «killeraggio
giornalistico»: «Siamo – scandisce Boffo – alla barbarie». Il presidente
della Cei, cardinale Bagnasco, non esita a definire quello del Giornale un
«attacco disgustoso e molto grave», rinnovando a Boffo «tutta la stima mia
personale e quella di tutti i vescovi italiani e delle comunità cristiane».
Mentre la redazione è sommersa da un’ondata di messaggi di solidarietà, che
non si arresterà prima di un mese, Feltri – con il suo vice Alessandro
Sallusti – prosegue con titoloni e paginate di "rivelazioni": «Finché questi
censori speculeranno su ciò che accade sotto le lenzuola altrui, noi
ficcheremo il naso (turandocelo) sotto le loro», scandisce il 29 agosto,
fidando in documenti rivelatisi poi quantomeno discutibili.
Il 30 agosto i «fatti» vengono smontati pezzo a pezzo dal direttore di Avvenire:
«Come avrà mai fatto il primo degli astuti – si chiede Boffo – a non porsi
una domandina elementare prima di dare il via libera alla danza (infernale):
questo testo che ho in mano è realmente un’"informativa" che proviene da un
fascicolo giudiziario oppure è una patacca che, con un minimo appiglio,
monta una situazione fantasiosa, fantastica, criminale?». Ci vorranno tre
mesi perché giunga la sola risposta possibile.
Le certezze del Giornale sembrano
vacillare, e il 1° settembre sul quotidiano sparisce la "nota" mentre viene
esibito a tutta prima pagina – senza spazio per le controdeduzioni di Boffo
– il «certificato generale del casellario giudiziale». MaAvvenire ormai
ha chiarito la verità, e la tempestiva verifica del Gip di Terni («non c’è
assolutamente alcuna nota che riguardi inclinazioni sessuali» dichiara il
magistrato, confermando quanto anticipato dal ministro degli Interni Maroni)
rafforza quel che Boffo va dimostrando. Il giudice confermerà poi che non ci
sono state intercettazioni telefoniche né processo, e dunque nemmeno un
patteggiamento, così come non si deve parlare di condanna ma solo di decreto
penale che dispone un’ammenda. Una «bagattella e non uno scandalo»,
riconosce oggi lo stesso Feltri.
Il 1° settembre è anche il giorno nel quale la Cei informa di una telefonata
del Papa al cardinale Bagnasco nella quale Benedetto XVI chiede «notizie e
valutazioni» esprimendo «stima, gratitudine e apprezzamento per l’impegno»
della Cei e del suo presidente. Un’attestazione indiscutibile che chiude le
polemiche su un’ipotizzata differenza di vedute tra Chiesa italiana e Santa
Sede su alcune vicende del nostro Paese.
Intanto il Giornale sembra
abbassare i toni. Anche perché l’evidenza dei fatti che affiorano giorno
dopo giorno chiude ogni spazio alle speculazioni. È il 3 settembre e Avvenire smaschera
in modo definitivo le «dieci falsità» con una ricostruzione che avrà poi
ampia circolazione su blog, social network e siti di controinformazione
(tuttora è su www. avvenire.it). Tra l’altro, si dimostra che Boffo non ha
mai avuto relazioni omosessuali e che mai è stato "attenzionato" dalla
Polizia.
Niente di niente. Ma lo stesso giorno il direttore di Avvenire decide
di dimettersi, e lo fa con una lettera che resta una pagina memorabile di
dignità e di giornalismo libero, vergata da un «direttore galantuomo» che
chiede solo di sapere – scrive – perché gli «è stato riservato questo
inaudito trattamento»: «In questo gesto, in sé mitissimo – spiega Boffo –, è
compreso un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione: ora
basta. (...) Bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un po’ meno arie e
imparassimo a essere un po’ più veri secondo una misura meno meschina
dell’umano».
Solo molto più tardi, Vittorio Feltri comincerà a far intendere che si sta
ricredendo: il 22 novembre arriva ad auspicare che Boffo «torni» vista
l’entità trascurabile delle vicende sulle quali il <+corsivo>Giornale<+tondo>
aveva montato il "caso". Ieri infine l’ultimo atto, il più clamoroso: «La
ricostruzione dei fatti descritti nella nota, oggi posso dire – sono parole
di Feltri –, non corrisponde al contenuto degli atti processuali». Non è una
«retromarcia», né si tratta di «scuse» o «lacrime», dichiarava ieri sera lo
stesso direttore del Giornale,
parlando di «doverosa precisazione» su «un particolare» che riguarda «una
persona perbene».
Minimizza, ma la tempesta non è proprio possibile dimenticarla.
Francesco Ognibene