Da Famiglia Cristiana n° 46 del 15 novembre 2009
LA REAZIONE ALLA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA SUL CROCIFISSO IN AULA


DA DUEMILA ANNI CI DÀ
UNA LEZIONE DI UMANITÀ

di Beppe Del Colle


Sullo stesso caso della signora finlandese, il Consiglio di Stato aveva negato che occorra toglierlo dalle scuole perché è un «simbolo idoneo a esprimere l'elevato fondamento dei valori civili».

 

Di là dal dolore che ci ha causato, la cosa che più ci ha colpito con la sentenza della Corte europea che proibisce la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche è stato il trionfo di quel Gesù al quale i sette giudici autori di quel verdetto hanno imputato di essere «una minaccia contro la libertà di educazione dei figli da parte dei genitori, e quella dei figli di crescere credenti o non credenti».

Un trionfo su giornali anche di cultura laicista, che pure hanno commentato favorevolmente quella decisione: così abbiamo letto con sollievo Vito Mancuso su la Repubblica e Raniero La Valle addirittura su Liberazione, ma anche Cacciari, ancora su la Repubblica, che ha colto il nocciolo della disputa: «La crocifissione non è solo un segno di lutto. Certo è un segno di sconfitta. Ma la paradossalità e l’eccezionalità di questo monoteismo è che Dio si fa uomo e nel suo essere sconfitto, vinto e ucciso, vince».

Il crocifisso in una classe delle elementari.
Il crocifisso in una classe delle elementari
(foto Ansa).

Un trionfo che deriva dalla sottolineatura diffusissima di un fatto concreto, antico e ineliminabile non solo sul piano storico, culturale e artistico (in particolare di un Paese come l’Italia e di un continente come l’Europa), ma sullo stesso piano giuridico.

Quel tribunale di Strasburgo, pur non essendo un organismo della Ue, si chiama Corte europea dei diritti dell’uomo. Esattamente quei diritti dell’uomo che Gesù di Nazaret proclamò per primo nella storia dell’umanità e portò avanti fino alla morte in croce: il diritto all’uguaglianza, alla fraternità, alla libertà, all’accoglienza dello straniero e alla sua nobilitazione (il buon samaritano), alla giusta retribuzione del lavoro, alla rieducazione del reo, al rispetto del bambino, alla laicità dello Stato («date a Cesare…»). Basta leggere il Vangelo per rendersene conto.

La giurisprudenza italiana ne aveva già dato conferma in passato. Il Tar del Veneto, che aveva esaminato il ricorso della signora finlandese Soile Lautsi contro il crocifisso nelle aule dove studiavano i suoi figli, aveva sentenziato: «C’è un filo che collega la rivoluzione cristiana di duemila anni fa, gli elementi cardine dell’Illuminismo, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e la stessa laicità dello Stato: tutti fenomeni storici che si fondano in modo significativo sulla concezione cristiana del mondo».

E il Consiglio di Stato aveva negato che occorra togliere il crocifisso dalle scuole perché è un «simbolo idoneo a esprimere l’elevato fondamento dei valori civili, che sono poi i valori che delineano la laicità nell’attuale ordinamento dello Stato», pur se provengono da una religione.

Non bisogna poi equivocare con le parole. Quando la Corte europea condanna lo Stato italiano a risarcire con 5 mila euro i "danni morali" inferti con il crocifisso ai figli della signora finlandese si può chiedere di quale "moralità" si tratta, visto che quella insegnata all’umanità da Gesù di Nazaret è da duemila anni la più alta ed educatrice che si possa umanamente conoscere.

E quando su un giornale intitolato Liberazione si comunica con piacere che è avvenuta la "liberazione" dal crocifisso nella scuola in nome dei "diritti dell’uomo", non si può non ricordare che nella storia del comunismo (a cui quel quotidiano si ispira) i "diritti dell’uomo" sono stati talmente calpestati che per molti decenni centinaia di milioni di persone in due continenti hanno avuto un solo sogno: la liberazione dal comunismo