BERLUSCONI PUNTA A UNA RIFORMA CHE RENDA SUPERFLUO IL PARLAMENTO

MA IN UNA DEMOCRAZIA
NON CONTA SOLO IL LEADER


Democrazia significa potere del popolo delegato ai suoi rappresentanti in Parlamento. Fare del popolo un mito consenziente al servizio di un altro mito, il leader, è cosa sconosciuta a tutte le democrazie.

 

Ora che il grande spettacolo è finito, il Popolo della libertà è ufficialmente nato, Silvio Berlusconi ne è stato proclamato all’unanimità il presidente, non servono più parole di pura cronaca. Non servono più nemmeno parole di consueta elencazione di tattiche contingenti, tenendo conto che fra poco più di due mesi si vota (europee, amministrative in molti Comuni e Province, referendum) e, dunque, tutto può essere considerato campagna elettorale. A cominciare dagli impegni (come l’aiuto alla scuola privata, promesso da Berlusconi nella replica di domenica).

Non servono nemmeno pronostici sulla "lunga partita a tre" – fra il Cavaliere, Fini e Bossi – visto che magari può essercene un quarto, Casini, con il quale il Pdl potrebbe arrivare al 51 per cento desiderato da Berlusconi, raggiunto il quale la Lega potrebbe anche funzionare soltanto più da richiamo di voti dall’opposizione a proprio esclusivo vantaggio, ininfluente sulla politica di un Governo con maggioranza assoluta (non per nulla il Pd si è astenuto nel primo voto alla Camera sul federalismo fiscale: non desidera perdere ulteriori suffragi al Nord su quel terreno).

Foto Ansa.
Foto Ansa.

Senza contare il fatto che Fini potrebbe rivelarsi a sua volta isolato nel nuovo partito per i fieri propositi "laicisti" e "democraticisti" enunciati nel suo intervento al congresso fondativo del Popolo delle libertà.

Quello che conta adesso è misurare l’identità del Popolo della libertà sulla realtà di un Paese che non è mai stato a lungo davvero un "popolo" come lo intende Silvio Berlusconi, cioè una massa di cittadini fedeli a un leader carismatico (come si dice oggi) sempre e comunque.

Gli esempi potrebbero essere molti, ne citiamo solo tre. Il popolo italiano fu con Mussolini per vent’anni, cessò di esserlo quasi di colpo dopo l’inizio della Seconda guerra mondiale. Dopo l’8 settembre 1943 ci fu un piccolo gruppo di cittadini che scelse la Resistenza ai tedeschi, un altro piccolo gruppo che restò fedele al Duce, la grande moltitudine di tutti gli altri si fece "attendista". Il 2 giugno 1946 poco più della metà del "popolo" scelse la Repubblica, poco meno della metà restò fedele alla Monarchia.

Il "popolo" non è fatto tutto di giovani belli e ben vestiti come quelli messi in prima fila alla Fiera di Roma, né tutto di signore eleganti di mezza età intervistate da una Tv di Mediaset nelle due "dirette" sul Cavaliere; né può essere, quel popolo, il "partito degli italiani", perché tutti gli italiani che non lo votano non sono apolidi (in attesa magari di essere definiti "clandestini").

In realtà, quello che Berlusconi si propone è una riforma radicale della Costituzione in cui un "partito" diventato un "popolo" aderisce a un leader a cui si sono dati più poteri per una "politica del fare", per la quale sono superflui il Parlamento e altre istituzioni (come la Giustizia) in momenti di emergenza (chi decide se c’è emergenza?).

Ma, come sostiene il costituzionalista cattolico Gianfranco Garancini, «la semplificazione, l’efficienza, la rapidità non sono il fine dell’attività legislativa, ne sono, semmai, modalità di utilizzo degli strumenti. In questa maniera il contenuto passa in secondo piano: ciò che emerge è soltanto la modalità e la figura di chi governa». In parole povere, fare in fretta non significa sempre fare bene per tutti.

Democrazia significa potere del popolo delegato ai suoi rappresentanti in Parlamento. Fare del popolo un mito consenziente al servizio di un altro mito, il leader, è cosa sconosciuta a tutte le democrazie vigenti nel mondo.