Da Famiglia Cristiana m°
28 del 12 luglio 2009
ENCICLICA
L’ENCICLICA SOCIALE "CARITAS IN VERITATE"
LA STRADA DELLO SVILUPPO
Crisi economica,
povertà, governo dei popoli, famiglia. Benedetto XVI offre risposte per un mondo
migliore, basato sull’«amore in Dio».
Ne parliamo con il banchiere Angelo Caloia.
| È
un sussidiario della dottrina sociale della Chiesa alla prova del Terzo
millennio. Nelle 127 pagine dell’enciclica Caritas in veritate
Benedetto XVI mette in fila tutti i temi con un’avvertenza: «Non ci sono
due tipologie di dottrina sociale, una preconciliare e una
postconciliare, diverse tra loro, ma un unico insegnamento coerente e
nello stesso tempo sempre nuovo». La coerenza affonda le radici nella
parola di Dio e nell’insegnamento di Gesù sull’amore, che il Papa ha
messo al centro del suo pontificato: «L’amore è una forza straordinaria,
che spinge le persone a impegnarsi con coraggio e generosità nel campo
della giustizia e della pace». L’amore è la carità e «la carità è la via
maestra della dottrina sociale della Chiesa», principio di tutte le
relazioni, tra le persone, ma anche nell’economia e nella politica. La
prova di autenticazione della carità, senza la quale essa «scivola nel
sentimentalismo», senza la quale «l’amore diventa un guscio vuoto, da
riempire arbitrariamente» è la verità. Le prime pagine dell’enciclica
sviluppano la tesi teologica di fondo. Poi, nei sei capitoli del testo
il Papa invita a ripensare i paradigmi, cioè i criteri di misura, di
analisi e di azione, da tenere tuttavia sempre fedelmente ancorati ai
valori di riferimento del Vangelo. Scrive il Papa: «L’adesione ai valori
del cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la
costruzione di una buona società e di un vero sviluppo integrale
dell’uomo». Ecco perché la carità da sola non basta. Potrebbe essere
«facilmente scambiata per una riserva di buoni sentimenti, utili per la
convivenza sociale, ma marginali». Il Papa denuncia "fraintendimenti"
della carità e sottolinea che solo «la verità preserva ed esprime la
forza di liberazione della carità nelle vicende sempre nuove della
storia». L’enciclica è un contrappunto di frasi fulminanti, che
inchiodano uomini e istituzioni, nazionali e sovranazionali a una
"responsabilità morale", che oggi sfugge a molti: «Senza verità, senza
fiducia e amore vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e
l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di
potere, con effetti disgregatori sulla società, tanto più in una società
in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali».
Insomma, la storia "ha bisogno di Dio", perché «senza la prospettiva
della vita eterna, il progresso umano in questo mondo rimane privo di
respiro», perché «senza Dio l’uomo non sa dove andare». Le critiche
all’autosufficienza della tecnica, a un ateismo nuovo, non più
ideologico, ma altrettanto pericoloso, fondato sull’indifferenza e sulla
onnipotenza degli strumenti, percorre l’intero testo. Il Papa rilegge le
encicliche sociali dei suoi predecessori, ma è soprattutto sulle
prospettive aperte dalla Populorum progressio di Paolo VI che
appunta il suo ragionamento: «Rimangono fondamentali per orientare il
nostro impegno per lo sviluppo dei popoli». Ciò nonostante siano
cambiate molte cose nell’economia e nella politica. Eppure, resta
valida, secondo Benedetto XVI, la posta in gioco indicata da Montini,
dalla quale siamo ancora molto distanti e cioè una «autentica
fraternità» tra gli uomini e i popoli, che non è la globalizzazione.
L’avvertimento di Ratzinger è perentorio: «La società sempre più
globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli». L’enciclica si
legge con facilità, al punto che può apparire una sorta di manuale delle
buone pratiche in economia e nella vita personale, cioè negli stili di
vita, dal consumo dei beni all’esercizio della sessualità. Il Papa
rimarca che i desideri non possono essere scambiati per diritti e che
«l’apertura moralmente responsabile alla vita è una ricchezza sociale ed
economica». Affronta ogni questione, con una determinazione e passione
straordinaria a riconoscere in ogni piega la verità sull’uomo. E spiega
che il mondo potrà essere migliore se «Dio trova un posto anche nella
sfera pubblica, con specifico riferimento alle dimensioni culturale,
sociale, economica e, in particolare, politica». Perché «la dottrina
sociale della Chiesa è nata per rivendicare questo statuto di
cittadinanza della religione cristiana».
A.Bo. |
«Un documento veramente vasto, per le problematiche affrontate e per
i princìpi indicati, quei princìpi che sarebbe bene contrassegnassero il cammino
dell’umanità», commenta dopo la lettura dell’enciclica Caritas in veritate
Angelo Caloia, presidente dell’Istituto per le opere di religione (la
"banca del Papa") e docente di Economia politica all’Università Cattolica di
Milano. Caloia è cresciuto alla scuola dell’economista Francesco Vito,
antesignano dell’economia sociale di mercato: anche per questo conosce bene le
tematiche contenute nell’enciclica. «Come presidente dello Ior, si può anche
dire che sono connaturate alla nostra stessa attività, che è quella di
amministrare i beni delle comunità ecclesiali e delle missioni di tutto il mondo
secondo un’etica improntata alla solidarietà e alla sobrietà».
Benedetto XVI nelle vesti di economista si muove a suo agio?
«Assolutamente sì. Il Papa ha recepito in modo corretto e limpido i pensieri condivisi oggi dagli economisti che guardano al sociale, soprattutto nel campo della globalizzazione, dell’imprenditorialità, della finanza, in particolare per quel che riguarda i rapporti tra mondo opulento e mondo dei poveri».
Che tipo di capitalismo emerge in questa analisi?
«Benedetto XVI delinea molto bene il capitalismo attuale. Oggi c’è un ordinamento economico e tecnico i cui contenuti sono fini a sé stessi, senza un disegno sovraordinato intelligente. Nell’evoluzione in atto di questo capitalismo si stenta a compiere un genuino progetto al servizio dell’uomo, i suoi esiti sono casuali, con equilibri provvisori e precari che si susseguono senza alcuna direzione».
E a questo genere di capitalismo cosa oppone l’enciclica?
«Un’economia che dia un senso, una direzione che non è autonoma dalla norma morale, senza la quale non si consegue uno sviluppo integrale, genuino. Una governance multipolare per intervenire laddove ve ne sia bisogno, convinto che non bastino più, seppure sussistano, una leadership mondiale o al massimo bi o tripolare».
L’enciclica offre risposte anche a chi non crede?
«Chi non crede deve sentirsi a disagio in questo quadro di relativismo e individualismo in cui viviamo, un quadro che non consente di trovare una direzione e un senso. Se allo sviluppo materiale non si accompagna quello morale non si realizza lo sviluppo autentico. Lo sosteneva anche Adam Smith, il padre dell’economia moderna. Smith aveva molto presente la visione politica dei princìpi economici, studiava i processi culturali e antropologici che plasmano la vita dei cittadini».
Nell’enciclica si sottolinea il malessere che pervade le società ricche.
«Anche il Papa sottolinea come non ci sia relazione diretta tra felicità e reddito. Anzi, spesso vi è un rapporto inverso. L’attuale economia che muove il mondo non fa la felicità. Assorbe tempo e comprime i tempi relazionali. Tanto è vero che Sarkozy ha creato un’apposita commissione presieduta da Amartya Sen e Joseph Stiglitz per ideare un più completo indice della felicità. La ricchezza prodotta, quella quantificata dal Prodotto interno lordo, non misura la felicità e il benessere. Basterebbe citare il famoso discorso di Bob Kennedy pronunciato nel ’68 all’Università del Kansas, secondo il quale "il Pil non comprende anche l’inquinamento dell’aria, la salute delle nostre famiglie, la qualità della loro educazione o la gioia dei loro momenti di svago". Poiché "misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta"».
Cosa la colpisce di più di questo documento?
«La tensione verso la costruzione di un modello di società e di sviluppo che sia più equo e solidale. L’invito a progettare per l’avvenire un nuovo sentiero di sviluppo. La concezione di un’economia che miri non alla crescita indefinita dei consumi ma a una crescita qualitativa della vita».
Come viene affrontata la finanza?
«C’è innanzitutto il riferimento alla fiducia. Benedetto sottolinea come sia un valore economico fondamentale, che si fonda sulla condotta etica degli operatori economici. La fiducia è un propellente essenziale per la finanza e l’economia. Per questo è necessario superare il deficit di logica e di etica che ha segnato tutti questi anni e che ha portato ai disastri finanziari dei colossi bancari e assicurativi. Il Papa sottolinea poi il fatto che il denaro è uno strumento e non un fine. La moneta e la finanza, essendo basate sulla fiducia, devono essere gestite in modo equo e secondo princìpi etici».
L’enciclica insiste molto sul concetto di finanza etica.
«La finanza o è etica o non è. Maneggia il denaro e il risparmio di tutti. Trasforma il risparmio in investimenti».
Altro punto: la cooperazione.
«La cooperazione, ormai inevitabile per gli Stati in perdita di sovranità, è possibile se si coinvolgono i nuovi soggetti su scala planetaria. Pensiamo al famoso Bric, acronimo delle potenze emergenti di Brasile, Russia, India e Cina».
L’enciclica assegna all’economia civile un ruolo di primo piano.
«È quasi uno sbocco naturale. Terzo settore, cooperazione, microfinanza, responsabilità sociale. È certamente necessaria un’articolazione nuova dell’impresa economica. Anche l’architettura istituzionale che deve governare la globalizzazione deve arricchirsi della presenza di numerosi soggetti politici e sociali e di operatori economici che perseguano obiettivi che non siano di mero profitto. Lo abbiamo già detto: non c’è niente di trascurato nelle encicliche di Benedetto XVI. L’essenza del suo essere pastore è proprio quella di offrire una parola lineare e lungimirante sui problemi che assillano l’umanità».
LA NUOVA ENCICLICA DI BENEDETTO XVI: VERO ESAME DI COSCIENZA
PER TUTTI
UN ALTRO
MONDO È POSSIBILE
NELLA CARITÀ E NELLA VERITÀ
«La carità nella
verità, di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone con la sua vita terrena e,
soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva
per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera»: sono le prime
parole dell’enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate.
Ora tutto il mondo dovrà fare i conti con l’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI. C’è un solo uomo, oggi, che ha il coraggio di parlare con chiarezza e libertà dei guasti che abbiamo provocato alla terra e ai suoi abitanti. Qualcuno porrà la questione se l’enciclica diventerà il manifesto di un nuovo modo di governare, dopo l’implosione di un sistema che procedeva senza regole. Assisteremo a discussioni infinite, che temiamo non coglieranno l’essenziale del testo di Ratzinger.
Il Papa rileva soprattutto una cosa, e cioè che il vero manifesto per costruire un mondo diverso c’è già da Duemila anni: è il Vangelo. L’enciclica serve per spiegare che non si tratta di un’utopia, ma che mettendo in fila analisi serie e buone pratiche, si può cambiare il mondo, migliorare la giustizia, far procedere il bene comune e dare a ognuno il suo.
Nella lettera inviata ai leader del G8, Benedetto XVI ha chiesto "nuove progettualità", che sono quelle indicate nell’enciclica. Un testo articolato, per molti versi sorprendente, che non nasconde i problemi e non teme di indicare soluzioni avanzatissime (per qualcuno, forse, avventate o troppo creative).
Chiede, per esempio, di tenere conto della nuova categoria dei consumatori, che Benedetto XVI delinea addirittura come un nuovo partito. Chiede che cibo e acqua non siano considerati bisogni, ma "diritti". Dice che i poveri non sono un fardello, ma una risorsa; che per far funzionare il mercato non bastano buoni contratti, ma servono leggi giuste e forme di redistribuzione guidate dalla politica. Al tempo stesso, mette in guardia dalle nefandezze contro i più poveri, quando Stato e mercato si accordano per spartirsi la torta.
L’enciclica parla a tutti: ai manager, ai sindacati, ai politici. Ma parla anche a ciascuno di noi. Può essere un buon esercizio leggerla per un esame di coscienza, per verificare quanto il nostro stile di vita guasta il destino degli altri. Non segna discontinuità con il passato. Conferma che la Chiesa è sempre più avanti di tutti nelle analisi e nelle proposte. È accaduto con la Rerum novarum di Leone XIII alla fine dell’Ottocento, con la Populorum progressio di Paolo VI nel 1967, con gli scritti di Giovanni Paolo II e, adesso, con Benedetto XVI.
Pio XI, 80 anni fa, al tempo della Grande depressione del 1929, denunciò la «dispotica padronanza dell’economia in mano a pochi» e «l’imperialismo internazionale del denaro». Benedetto XVI oggi parla di economia senza morale. Non c’è nulla nell’enciclica che non abbia un radicamento nella parola di Dio, a partire dalla destinazione universale dei beni, contro la teoria che il successo del capitalismo e dell’economia di mercato richiede, inevitabilmente, una quota di poveri.
L’analisi proposta dal Pontefice si fonda sulla parola di Dio. Se anche noi, quel Vangelo della carità, lo leggessimo più spesso potremmo dire con il Papa: «Un altro mondo è possibile».