
«Basta tirare per la giacca
il capo dello Stato, nessuna presa di posizione di qualsiasi parte può oscurare
prerogative rigorosamente di competenza del Presidente della Repubblica». È
tarda sera quando dal Quirinale trapela il disappunto per un dibattito che
continua a chiamarlo in causa, facendo riferimento al possibile scioglimento
anticipato. Era stato prima Silvio Berlusconi dalla Federazione Russa, stando a
quanto trapelato dalla cena dell’altra sera a Sochi, a evocare il ricorso alle
urne, in caso di caduta di questo governo, definendo un «golpe» un diverso
esecutivo. Poi Gianfranco Fini, nella sua visita a Mestre, aveva replicato che
«Napolitano sa cosa fare», affermazione che suscitava polemiche nel Pdl: Mario
Valducci definiva Fini «ventriloquo» del Quirinale, Altero Matteoli chiamava in
causa direttamente Napolitano: «Se lo avesse detto Berlusconi ci sarebbe stata
una nota di protesta», accusava. Di qui la replica, ufficiosa, del Colle rivolta
a tutti i contendenti, «nessuno escluso».
Nel dibattito irrompe, con toni anche un po’ irrituali, un intervento del Pdl
con Denis Verdini. Il Capo dello Stato «ha le sue prerogative» in caso di crisi,
ma «noi ce ne freghiamo», nel senso che «politicamente» Napolitano non può
«pensare che si mandi a casa chi ha vinto le elezioni», avvertiva il
coordinatore del Pdl, in un convegno, a Prato. Contro-replica di Italo Bocchino:
«Conferma l’assoluto disprezzo del Pdl per ogni regola». È un crescendo di
polemiche, interviene anche il finiano moderato Silvano Moffa, a non far mancare
il suo disappunto per «questa perdita di senso delle istituzioni». Parole
«vergognose e gravi», per Pierluigi Bersani. Per Enrico Letta Verdini così
«rompe gli equilibri istituzionali». «Non esiste una prerogativa dei partiti di
condizionare il capo dello Stato», interveniva anche il costituzionalista Cesare
Mirabelli. Linda Lanzillotta, per l’Api parlava di «volgarità politica». «Parole
squallide e indegne», per Massimo Donadi, di IdV. Serviva alla fine una nota
ufficiale del Pdl per provare a smorzare i toni, dopo che Verdini stesso aveva
parlato di «strumentalizzazioni e sintetizzazioni estreme»: «È falso, e grave,
sostenere che Verdini replicasse a Napolitano, visto che quando parlava, a
Prato, alle 19, non c’era stato ancora l’intervento del Quirinale».
A innescare lo scontro sulle prospettive di una maggioranza in bilico, ieri, ha
contribuito la notizia dell’ormai depositata mozione di sfiducia, alla Camera,
da parte dell’asse Fli-Udc-Api-Mpa, che con i tre liberaldemocratici e La Malfa
sarebbe già dotata, assicurano i finiani, di 85 firme. Una bufala, per
Berlusconi, questo Terzo Polo, o per meglio dire "non-polo", visto che anche
Fini preferisce non chiamarlo così. «Il Parlamento – replicava il Presidente
della Camera, da Mestre, a un convegno della Cgia – testimonierà quel che tutti
sanno, e cioè che il governo non c’è più o non è in grado di governare». Non
sarà ribaltone, assicura, occorrerà «guardare a tutte le forze responsabili», a
partire «da chi ha vinto le elezioni. È ridicolo – aggiunge poi Fini replicando
ancora a Berlusconi – dire che siamo gli "alleati naturali della sinistra"».
Irresponsabili, li definisce il premier, ma Fini parla, viceversa, di «area di
responsabilità». E di voto anticipato, considerando i «chiari di luna» in cui
naviga l’Italia, non se ne parla nemmeno. «È il momento – ricorda Fini – in cui
l’Italia deve mettere sul tappeto 120 miliardi in titoli di Stato». Ma assicura
di non temere le urne: «Se avessi avuto timori sarei stato più tranquillo».
Fra le ipotesi, anche per non alimentare fratture con l’ala moderata di Fli,
resta in campo, per Fini, anche il Berlusconi-bis. Sulla stessa linea si
mantiene anche Pier Ferdinando Casini, che però non fa mistero di preferire, a
quel punto, in caso di dimissioni, il cambio al vertice: «Tremonti ha avuto il
merito di tenere sotto controllo i conti pubblici, ma la sua politica di tagli
lineari è sbagliatissima. Potrebbe fare il premier, ma ci sono altri», dice il
leader dell’Udc a Otto e mezzo. Poi però fa il nome che preferirebbe:
«Letta andrebbe non bene, benissimo». Ma chiarisce: «Non aspiriamo a indicare
noi il presidente del Consiglio. Lo indichi Berlusconi».
