Roma 17 novembre 2011
Nulla
di nuovo, sinceramente. Ma molto di rivoluzionario, di questi tempi.
Un’agenda strettamente tecnica di cose da fare e al tempo stesso
l’apertura di un orizzonte di futuro. Che tratteggia un’Italia
«riscattata», ricollocata al suo posto – al centro dell’Europa che ha
contribuito a formare nei suoi ideali e a costruire nelle sue strutture
– finalmente libera di riprendere in mano il proprio destino dopo
essersi guardata dentro con onestà.
Il discorso programmatico del nuovo presidente del Consiglio non
sorprende né emoziona più di tanto. Le concessioni alla retorica sono
poche, le frasi a effetto ancor meno. L’esposizione è quasi piatta, fin
troppo facile definirla 'professorale'. Per certi versi, però, assume i
tratti dell’esame di coscienza collettivo. Ecco "i nostri mali", sembra
dire Mario Monti spiegando ciò che non va. Ecco 'l’atto di umiltà' per
riscattarsi, con «un governo di impegno nazionale per affrontare in
spirito costruttivo e unitario una situazione di seria emergenza».
Perché il nodo è questo: siamo in una tempesta finanziaria che può
travolgere la nostra economia e la nostra società, che può portarci a
una bancarotta della quale a pagare il prezzo maggiore sarebbero i più
deboli.
Un destino che però non è segnato. Non ancora, almeno, se si prova a
rimettere in carreggiata il Paese. Per farlo le ricette sono note, in
parte addirittura già avviate dal precedente governo, anche se con poca
convinzione e qualche confusione. Perciò diciamo che non c’è nulla di
nuovo nel sentire menzionare una riforma della previdenza. Molto è stato
fatto, siamo meglio attrezzati dei tedeschi – ha riconosciuto lo stesso
Monti, ma occorre colmare le troppe disparità di trattamento tra le
generazioni e le varie categorie, superare i privilegi. E così pure per
l’annosa questione della flessibilità in entrata e in uscita dal
lavoro. Il presidente del Consiglio ha fatto indiretto riferimento a
progetti che sono in Parlamento da anni, dei quali si dibatte da tempo
immemore senza il coraggio di decidere, senza l’onestà intellettuale –
in un fronte come nell’altro – di mettere da parte le preclusioni
ideologiche e di avviare una sperimentazione. Ai nuovi assunti, ai
giovani è possibile proporre un nuovo patto: maggiore stabilità del
rapporto in cambio della rinuncia alla inamovibilità. Maggiore
protezione in caso di disoccupazione in cambio della falsa sicurezza di
un "posto fisso" conquistato dopo decenni di precariato. Giovani il cui
livello di istruzione va elevato e che, nelle parole del premier,
dovranno rappresentare il «fine» dell’azione di governo. Assieme alla
valorizzazione del lavoro femminile e a politiche a favore della
natalità. Come a dire: una scommessa sul nostro capitale umano.
La ricetta che il presidente del Consiglio ha esposto ieri – con la
re-introduzione dell’Ici sulla prima casa, un’imposta patrimoniale che
rimane per ora fra le opzioni (senza essere stata decisa) e una riforma
fiscale che si propone di spostare il peso del prelievo dalla produzione
al possesso e al consumo – rappresenta al tempo stesso l’intervento
immediato (e vedremo quanto amaro) contro l’emergenza e l’impostazione
di un progetto di lungo respiro per far tornare a crescere il Paese.
Crescita economica, certo. Senza la quale non c’è futuro né sui mercati
né in Europa. Ma crescita soprattutto sociale, se davvero Monti e la
sua squadra di tecnici sapranno sposare sacrifici e sviluppo, rigore ed
equità, cioè trovare quell’equilibrio che convince, coinvolge e rende
chiaro a tutti che cos’è il bene comune.
Nelle parole del presidente del Consiglio, ieri, c’era non solo
«l’ossequioso» e «umile» rispetto della primazìa della politica e delle
sue istituzioni, ma soprattutto la richiesta al Parlamento di lavorare
insieme, ai partiti (e alle parti sociali) di impegnarsi in una leale
collaborazione per servire il Paese. L’esecutivo Monti, che ieri ha
ricevuto un’ampia fiducia in Senato, è il governo dell’ossimoro. Nasce
forte della debolezza propria e del Paese. Tanto alternativo quanto
dipendente dai partiti. Così necessario da poter essere spento in un
soffio. Figlio di una tregua rivoluzionaria. In fondo, un governo di
nessuno. Che la politica ha l’occasione di far diventare il governo di
tutti. Per tutti. Politica alla massima potenza.