
Berlusconi ha detto chiaro e tondo che
nel cammino verso le elezioni anticipate – qualora il piano dei “cinque
punti” non riceva rapidamente la fiducia del Parlamento – non si farà
incantare da nessuno, tantomeno dai “formalismi costituzionali”. Così lo
sappiamo dalla sua viva voce: in Italia comanda solo lui, grazie alla
“sovranità popolare” che finora lo ha votato.
La Costituzione in
realtà dice: «La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme
e nei limiti della Costituzione». Berlusconi
si ferma a metà della frase, il resto non gli interessa, è puro
“formalismo”. Quanti italiani avranno saputo di queste parole? Fra quelli
che le hanno apprese, quanti le avranno approvate, quanti le avranno
criticate, a quanti non sono importate nulla, alle prese come sono con ben
altri problemi? Forse una risposta verrà dalle prossime elezioni, se si
faranno presto e comunque, come sostiene Umberto
Bossi (con la Lega che
spera di conseguire il primato nel Nord e, di conseguenza, il solo potere
concreto che conta oggi in Italia). Ma più probabilmente non lo sapremo mai. La
situazione politica italiana è assolutamente unica in tutte le attuali
democrazie, in Paesi dove – almeno da Machiavelli in poi – la
questione del potere, attraverso cento passaggi teorici e pratici, è stata
trattata in modo che si arrivasse a sistemi bilanciati, in cui nessun potere
può arrogarsi il diritto di fare quello che vuole, avendo per di più in mano
la grande maggioranza dei mezzi di comunicazione.
Uno dei temi trattati in queste settimane dagli opinionisti è che cosa
ci si aspetta dal mondo cattolico, invitato da Gian Enrico Rusconi su La
Stampa a fare autocritica.
Su che cosa, in particolare? La
discesa in campo di Berlusconi ha avuto come risultato quello che nessun
politico nel mezzo secolo precedente aveva mai sperato: di spaccare in due
il voto cattolico (o,
per meglio dire, il voto democristiano). Quale delle due metà deve fare
“autocritica”: quella che ha scelto il Cavaliere, o quella che si è divisa
fra il Centro e la Sinistra, piena di magoni sui temi “non negoziabili” sui
quali la Chiesa insiste in questi anni? A proposito. Ivan
Illich, famoso sacerdote, teologo e sociologo critico della
modernità, distingueva fra la vie
substantive (cioè quella che
riassume il concetto di “vita” mettendo insieme, come è giusto, e come
risponde all’etica cristiana, tutti i momenti di un’esistenza umana, dalla
fase embrionale a quella della morte naturale) e ogni altro aspetto della
vita personale o comunitaria, a cui un sistema sociale e politico deve
provvedere.
Il berlusconismo sembra averne fatto una regola: se promette alla
Chiesa di appassionarsi (soprattutto con i suoi atei-devoti) all’embrione e
a tutto il resto, con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni: il
“metodo Boffo” (chi
dissente va distrutto) è fatto apposta.