E così, se l’opposizione non cambia idea, stamani torna in scena l’Aventino. Il primo ministro ha l’invidiabile occasione di parlare senza che nessuno gli dia sulla voce, visto che ad ascoltarlo in aula ci sarà soltanto la maggioranza. Un po’ come 2.500 anni fa, per le proteste dei plebei contro i patrizi romani, e nel 1924 come reazione democratica al delitto Matteotti.
Sui plebei vessati dai patrizi ci hanno dato qualche sunto a scuola, soprattutto citando il bravo Menenio Agrippa che mette tutti d’accordo. Il famoso apologo sul corpo umano, dove ogni organo è necessario, dallo stomaco agli arti: e sebbene anche allora a satollarsi fossero i potenti, mentre le braccia servivano ai poveri per fornire servizi, il richiamo funzionò. O meglio, si sa che andò a buon fine la prima volta perché il passaggio dei plebei sull’Aventino, che poi era Montesacro, si rinnovò in momenti successivi. Tre episodi fra il quinto e il terzo secolo Avanti Cristo, senza altri Agrippa che rimettessero pace. Chi è curioso di storia, e non si accontenta dei sunti ginnasiali, può informarsi su Internet. Vedrà che la Roma dell’epoca non era meno litigiosa di quella attuale, né meno venale e dominata dall’ingiustizia.
Tutt’altra situazione nel ’24. L’assassinio di Matteotti, capo socialista e portavoce dell’opposizione, aveva messo in crisi il fascismo. Pochi credevano che una squadraccia avesse agito da sola, senza il consenso o addirittura il mandato di Mussolini. Era l’occasione per far saltare il regime, che non si era ancora dato un assetto dittatoriale. La scelta aventiniana dei gruppi democratici si rivelò disastrosa. Abbandonando il Parlamento, lo lasciarono in mano fascista. Il 3 gennaio 1925 Mussolini poté annunciare a Montecitorio la nascita dello Stato totalitario. Poco dopo, a una Camera più o meno democratica subentrava una Camera in camicia nera.
E adesso? Certo non ci sono il Duce, le
squadre d’azione, il carcere per chi dissente. Viviamo piuttosto una sorta di
democrazia bloccata, e per questo pericolante.
Comunque è un bene che venerdi, per il voto di fiducia, l’opposizione sembri
intenzionata a scendere dal mitico colle.
Basta e avanza un Aventino ridotto a un solo
giorno. Considerati anzi i precedenti, avremmo preferito che
anche stamani qualche voce di minoranza, magari con toni alti, contrastasse
quella di Berlusconi.
Non è solo questione di numeri su un
tabellone elettronico, per inciso scontati. Si dovrebbe sentire che cosa propone
l’opposizione, che cosa contesta al premier. Invece, silenzio.
Gli assenti hanno sempre torto, si usa dire. Né si può ogni volta confidare sul
Capo dello Stato, che ha di fronte interlocutori più irrigiditi, e più
interessati, di quelli messi in riga da Menenio Agrippa.