Dopo
tante voci, se ne va o non se ne va, sembra che davvero Mauro Masi stia per
lasciare la guida della Rai. I suoi avversari, che sono tanti, ne saranno
soddisfatti. E’ tuttavia probabile che a sentire il maggior sollievo sia
proprio lui, da sempre inviso ai partiti di opposizione ma criticato anche
dalla maggioranza.
Masi lascia una poltrona di prestigio, ma parecchio scomoda, andando ad
occuparne un’altra del tutto tranquilla e ancor meglio remunerata. Una
concessionaria pubblica di servizi assicurativi, niente più a che fare con
dei reprobi come Michele Santoro, Floris, Annunziata, Dandini, dai quali si
ricavavano soltanto polemiche e fastidi. Soprattutto, niente più reprimende
da un premier furioso. Lui e l’Innocenzi dell’Agcom avrebbero dovuto fare
piazza pulita. Sennò, strepitava al telefono Berlusconi (e la magistratura
intercettava), che ci stavano a fare?
In verità Masi ci aveva dato dentro, secondo le superiori istruzioni. Ma
ricavandone assai più danni che risultati. Ogni volta che interveniva contro
questo o quello, delle due l’una: o il giudice gli dava torto oppure i
conduttori replicavano fra indifferenza e sarcasmo. La telefonata in cui si
dissociava da Santoro, salvo fare immediata retromarcia, è tuttora un pezzo
forte dei blog. Un inserto comico e di successo, al pari della parodia fatta
da Corrado Guzzanti. Se poi, come amministratore, Masi vantava gli esiti
gestionali (proficui o no, ancora non si è capito), nessuno gli dava retta.
Non importava l’attivo, o la riduzione del deficit. L’impegno era di far
fuori la sinistra aziendale. Quindi, per lui, insuccesso pieno.
Diciamolo. Chiunque si trovi nella posizione di Masi è più da compiangere
che da condannare. Soldi a parte, ovviamente, e anche a parte le successive
ricompense. Sfogliando i giornali delle ultime due annate, è difficile
trovare un articolo in suo favore. Fenomeno magari inevitabile con una
stampa così politicizzata, che da un lato lo catalogava come addetto a bassi
servizi e dall’altro rifletteva il malumore del padrone. Però si tratta di
mansioni nelle quali ci si avventura a proprio rischio e pericolo. L’avevano
ben capito giornalisti come Paolo Mieli e Ferruccio de Bortoli, cui era
stata offerta la presidenza della Rai. Saggiamente, si sono ben guardati
dall’accettare.
Ora, tramontato Masi, è da interrogarsi non tanto sul nome quanto sul ruolo
del successore. Se gli sarà consentito di amministrare in modo equilibrato
l’ente pubblico, sarà una novità positiva. Se invece il mandato sarà ancora
di natura politica, cioè la discriminazione aziendale fra buoni e cattivi,
tutto tornerà come prima. Due ipotesi. Dica il lettore quale sia, a suo
giudizio, la più probabile.