Da Famiglia Cristiana n° 2 dell'11 gennaio 2009
NOTA STONATA DEL MINISTRO BRUNETTA SULLA
CRISI E GLI AIUTI AI POVERI
LA CHIESA FA GIÀ
LA SUA PARTE
LO STATO NE SEGUA
L’ESEMPIO
Il problema del lavoro oggi è gravissimo. La situazione sta
raggiungendo limiti allarmanti. È in aumento la povertà, che colpisce le fasce
più deboli, i precari, gli anziani e gli immigrati.
La Chiesa italiana non sa solo parlare della crisi, ma dà il buon esempio. E dice come va affrontata. Una strategia tutta diversa dai bonus a pioggia e delle "una tantum". Questo, forse, ha dato fastidio al ministro Renato Brunetta, esponente dell’ala laicista di Forza Italia. Smessi per un attimo i panni di castiga-fannulloni dell’amministrazione pubblica, ha indossato quelli del laico inquisitore della Chiesa, cui rimprovera di non fare abbastanza per i poveri, anche se ha in tasca i soldi dell’8 per mille, che sono dello Stato.
Ma Brunetta non s’è fermato qui. Ha accusato la Chiesa di occuparsi della sua "immagine", come se il fondo "Famiglia-lavoro" del cardinale Dionigi Tettamanzi fosse uno spot. O come se le mense della Caritas fossero un set dove girare le pubblicità dell’8 per mille. Al ministro, che s’è dimostrato di piccole vedute, ha risposto il cardinale Angelo Bagnasco.
Il presidente dei vescovi ha fatto osservare che quei soldi non sono una «semplice partita di giro». Abbastanza singolare è l’idea del ministro: siccome lo Stato dà alla Chiesa i soldi dell’8 per mille, è bene che essa li destini ai poveri. Forse, pensa che i politici possano lavarsene le mani.
Intanto, i soldi dell’8 per mille sono dei cittadini, e non dello Stato. I governanti (stipendiati dai contribuenti) ne sono solo amministratori. E i cittadini decidono di destinare parte delle loro tasse alla Chiesa (di cui si fidano) o allo Stato (con molti dubbi). C’è poi una differenza, non irrilevante: la Chiesa rende conto fino all’ultimo centesimo di come spende i soldi, lo Stato non fa altrettanto.
Il cardinale Bagnasco ha detto che saranno intensificati gli sforzi per contrastare la povertà crescente, usando fondi dell’8 per mille. La Chiesa, infatti, non è a servizio dei poveri solo a Natale o in momenti di crisi. Ogni giorno le parrocchie preparano pacchi viveri per famiglie e anziani, di valore ben superiore alla misera social card del Governo, che s’è rivelata un fallimento. «File di poveri e precari si rivolgono a noi perché spesso si trovano la porta sbattuta in faccia dalle strutture pubbliche», ha detto il vescovo di Velletri, monsignor Vincenzo Apicella.
Per far fronte alla crisi, la Chiesa ha messo in campo, da anni, iniziative non episodiche. Un esempio è il "Progetto Policoro" per l’occupazione giovanile al Sud. Non è solo una risposta concreta ai bisogni, indica anche una linea di indirizzo. Lo stesso ha fatto Tettamanzi con il suo fondo, che prevede un vero sostegno ai redditi di famiglie e disoccupati. Proprio quello che la politica non sa o non vuol fare.
Per i poveri estremi, quelli che non sono previsti dalla social card, lo Stato non fa nulla. Quando le notti d’inverno si fanno più rigide, i Comuni aprono qualche stazione ferroviaria. Ma i poveri mangiano solo grazie alle mense della Caritas, di Sant’Egidio e di tante organizzazioni cattoliche. Il Banco alimentare, l’associazione che raccoglie le eccedenze dei supermercati, nasce da un’intuizione dei cattolici e non certo dei "Craxi-boys", come Brunetta o Giuliano Cazzola, altro ex socialista arruolato in Forza Italia, critico verso le parole del Papa sul precariato.
Contro la povertà, la Chiesa offre la sua collaborazione allo Stato, ma non si sostituisce ai suoi compiti. Benedetto XVI e Giorgio Napolitano, in piena sintonia, hanno entrambi chiesto più sobrietà e solidarietà. La Chiesa fa già la sua parte. Aspettiamo il Governo, ma non solo a parole. Magari si potrebbe cominciare tagliando qualche privilegio e adottando uno stile più sobrio nei costi della politica. Per rispetto dei poveri.