Da Famiglia Cristiana n° 2 dell'11 gennaio 2009
INVITO ALLA SOLIDARIETÀ E SOBRIETÀ NEI
DISCORSI DEL PAPA E NAPOLITANO
DALLA CRISI PUÒ
NASCERE
UNA SOCIETÀ PIÙ GIUSTA
Dal discorso del presidente Giorgio Napolitano e da
quello del Papa emerge l’esigenza che la crisi diventi un "banco di prova" per
gli uomini di oggi, gli italiani in particolare, per verificare se sono pronti a
creare una società "più giusta".
Beppe del Colle
Nel giro di poche ore, fra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, gli italiani hanno ricevuto due messaggi autorevoli, dal presidente Napolitano e da papa Benedetto XVI. L’autorevolezza deriva dal fatto che entrambi i protagonisti parlavano dall’alto di una precisa attribuzione di poteri: al primo, come egli stesso ha detto, «non spetta indicare quali decisioni vanno prese in via immediata» a proposito della crisi che ci sconvolge.
Il secondo parlava in nome di una fede che chiede di «stabilire un circolo virtuoso fra la povertà da scegliere» (cioè quella scelta da Gesù e san Francesco) e la povertà che Dio non vuole e che «va combattuta».
C’è un concetto che emerge dai due messaggi: l’esigenza che la crisi diventi un "banco di prova" per gli uomini di oggi, gli italiani in particolare, per verificare se sono pronti a creare una società "più giusta". «Siamo disposti a fare insieme una revisione profonda del modello di sviluppo dominante, per correggerlo in modo concertato e lungimirante?», ha chiesto il Papa.
Secondo Napolitano occorre «definire nuove regole capaci di assicurare uno sviluppo sostenibile, ponendo fine alla frenesia finanziaria che ha provocato stravolgimenti e conseguenze così gravi. Una crisi senza precedenti che chiama a un serio sforzo di corresponsabilità tra maggioranza e opposizione in Parlamento».
Entrambi, infine, hanno estratto una morale unica: «Per combattere la povertà iniqua», ha detto Benedetto XVI, «occorre riscoprire la sobrietà e la solidarietà, quali valori evangelici e al tempo stesso universali».
«Facciamo della crisi», ha insistito Napolitano, «l’occasione per rinnovare la nostra economia, e insieme con essa anche stili di vita diffusi, poco sensibili a valori di sobrietà e lungimiranza».
Le parole di Napolitano hanno suscitato commenti di natura sia economica sia politica (come realizzare una strategia condivisa in un Parlamento così diviso?). Ci piace soffermarci soprattutto su un giudizio espresso da Mario Monti sul Corriere della Sera: «Perché la risposta sia positiva, occorre evitare due atteggiamenti. Nella diagnosi, non si deve trovare conforto in distinzioni che paiono, per una volta, a favore dell’Italia. Nella terapia, non è prudente ritenere che la pesante eredità del passato impedisca interventi di ampia portata per contrastare la crisi. Il debito pubblico consiglia prudenza, ma oggi sarebbe imprudente non prendere misure espansive, reversibili nel tempo, adeguate alla gravità della crisi». Cioè, in sintesi, niente paura di avere coraggio (proprio come chiede anche Napolitano).
Ma ci sono anche voci della società civile, che vanno meditate. L’economista bolognese Stefano Zamagni ha sostenuto il bisogno di incentivare «un’economia civile, che sia in grado di ridistribuire la ricchezza per consentire a ciascuno di partecipare al gioco economico, salvaguardando due princìpi: che il mercato si occupi dell’efficienza e lo Stato dell’equità, attraverso la redistribuzione, con strumenti quali il welfare e le tassazioni progressive. A questo l’economia civile aggiunge il principio di reciprocità». Che però non basta: «Fine specifico della reciprocità è la fraternità».
Ecco la parola più difficile, ma anche la più evangelica.