Da Famiglia Cristiana n° 4 del 25 gennaio 2009

GIORNALI E TIVÙ SCHIERATI SULLA GUERRA DI GAZA COME ALLO STADIO

COSÌ ABBIAMO PERSO PIETÀ
UMANA E SERENITÀ DI GIUDIZIO


Sette i giorni di tregua nella guerra tra Israele e palestinesi, accettati anche da Hamas, a patto che i militari si ritirino dalla Striscia di Gaza. L'Italia si dice pronta a inviare i carabinieri ai confini.

 

Uno degli aspetti moralmente più sconvolgenti della guerra di Gaza è anche il modo in cui è stata vissuta in Italia dai media, che avrebbero il compito di informare, ed eventualmente formare, l’opinione pubblica. Giornali e tivù si sono schierati, hanno fatto il tifo, come se la guerra fosse una partita di calcio e il prezzo della vittoria non vite umane, ma dei goal. Atteggiamento ripugnante e detestabile. E nulla incide, su questo giudizio, il fatto che il "tifo" pro-Israele sia magari arrivato dopo anni di tifo a senso unico per i palestinesi.

Tra le urla da stadio si è levata, sola come spesso accade, la voce della Chiesa. Papa Ratzinger ha ricordato che la violenza è sempre da condannare, qualunque sia la sua giustificazione. E l’arcivescovo Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede all’Onu, ha sottolineato che nella guerra di Gaza «abbiamo visto un fallimento totale nel distinguere i civili dagli obiettivi militari. Quando le armi sono utilizzate senza adottare misure ragionevoli per evitare di colpire i civili, quando donne e bambini sono usati come scudi umani… risulta tristemente chiaro che le ragioni politiche e militari passano sopra al rispetto basilare della dignità e dei diritti delle persone e delle comunità».

I segni dei bombardamenti (foto AP/La Presse).
I segni dei bombardamenti (foto
AP/La Presse).

In quell’atteggiamento da tifosi è andata persa non solo ogni disponibilità al dialogo ma anche ogni residua forma di raziocinio. Dove sta scritto che chi considera un crimine terroristico il lancio di razzi da parte di Hamas debba poi, per conseguenza, dare una patente di legittimità a qualunque azione sia intrapresa dal Governo e dall’esercito di Israele? Chi dice che la pietà per le vittime civili palestinesi debba per forza corrispondere a un’adesione alla politica di Hamas?

La perdita della razionalità di giudizio e della pietà umana è un pessimo segnale per il Paese, oltre che un insidioso incoraggiamento a trascurare le dure lezioni del recente passato: le guerre intraprese in Irak e in Afghanistan sono lungi dall’essere concluse. Anzi, l’obiettivo "pace e democrazia" sembra per quei Paesi più difficile da raggiungere ora rispetto a qualche anno fa. La guerra in Libano del 2006 non ha sradicato il movimento terroristico e politico di Hezbollah, ma gli ha dato maggior forza e legittimazione. Il Medio Oriente non è più tranquillo di prima.

Molto ha contribuito, in tutto questo, la tardiva e poco incisiva azione della diplomazia e della politica, sia mondiale sia italiana. Il nostro Paese ha rinunciato a giocare un ruolo importante per frenare, se non fermare, la guerra. Con ben altro piglio erano state affrontate, nel recente passato, crisi mediorientali non meno gravi di quella di Gaza, pensiamo soprattutto al Libano nel 2006.

In ben altro modo l’Italia avrebbe potuto far valere presso i combattenti certi meriti pregressi: da un lato, il dispiegamento di una forza militare d’interposizione nel Sud del Libano; dall’altro, gli impegni presi durante la Conferenza dei Donatori di Parigi a favore dell’Autorità palestinese di Abu Mazen: otto milioni e mezzo di euro per rafforzare le istituzioni dello Stato di diritto e venti milioni di euro nell’ambito di un programma di aiuti alle municipalità palestinesi.

Ma il nostro Governo, così pronto ad accogliere gli inviti degli Stati Uniti per rafforzare la propria partecipazione militare in Afghanistan, per la pace in Medio Oriente ha avuto poco tempo ed energie da spendere. C’è da sperare nella "zona Cesarini"...