CON BARACK OBAMA
FINIRÀ L'APPOGGIO AMERICANO INCONDIZIONATO
ISRAELE DEVE FARE
I CONTI
CON LA NUOVA CASA BIANCA
Gli Usa si sono astenuti al
Consiglio di Sicurezza dell'Onu sulla Risoluzione 1.860 con cui si chiede la
tregua immediata degli scontri a Gaza.
Il Governo israeliano afferma che il successo finale dell’offensiva è vicino: previsione fondata, allo stato delle cose, ma certo non definitiva, almeno fino a quando non sarà risolta in tutti i suoi molteplici aspetti la crisi ultrasessantennale dei rapporti fra Israele e la popolazione palestinese della Terra Santa.

Il secondo punto di vista è quello delle conseguenze della guerra nei rapporti internazionali di Israele. Tutto il mondo occidentale vede da sempre il conflitto palestinese come una fonte inesauribile di contrasti politico-diplomatici "globali", ma soprattutto di inaudite sofferenze di innocenti, vittime di atti terroristici o di offensive militari.
I morti di quest’ultima fase sono già quasi mille fra i palestinesi, fra i quali centinaia di bambini, tanto da far dire a Benedetto XVI, nel discorso agli ambasciatori presso la Santa Sede: «Una volta di più vorrei ripetere che l’opzione militare non è una soluzione e che la violenza, da qualunque parte provenga e qualsiasi forma assuma, va condannata fermamente».
Il Papa si è spinto ancora più in là: «È molto importante che in occasione delle scadenze elettorali cruciali che interesseranno molti abitanti della regione (in Israele si vota il 20 febbraio, ndr) emergano dirigenti capaci di far avanzare con determinazione questo processo e di guidare i loro popoli verso la difficile ma indispensabile riconciliazione».
Martedì 20 gennaio si insedia alla Casa Bianca il nuovo presidente degli Usa, Barack Obama. Egli sa benissimo che, insieme alla crisi economico-finanziaria che ha colpito per primo il suo Paese, ha di fronte a sé la questione mediorientale, non meno pericolosa. Dalla Palestina all’Afghanistan, passando per l’Iran e il Pakistan, Obama deve correggere gli errori e rimediare alle colpe del suo predecessore.
Negli ultimi giorni di vigilia i suoi più vicini consiglieri hanno dato l’impressione che con Obama sia finito, o almeno sospeso, il tempo in cui Israele poteva fare qualunque cosa, certo dell’appoggio americano: non per nulla gli Usa si sono astenuti al Consiglio di Sicurezza sulla Risoluzione 1.860 con cui si chiede la tregua immediata degli scontri a Gaza e si condannano «tutte le violenze e gli atti ostili e tutte le azioni di terrorismo», eguagliando in tal modo Israele e Hamas.
Il terzo punto di vista riguarda l’Europa e più da vicino l’Italia, dove si sono registrate manifestazioni di protesta anti-israeliana, sotto forma di pubbliche preghiere musulmane di massa anche in luoghi religiosamente simbolici (come piazza del Duomo a Milano). Dio non voglia che un conflitto politico-etnico in Terra Santa si complichi e si trasformi, da noi, in un conflitto religioso, partendo da una situazione di per sé molto difficile da regolare nel rispetto delle leggi, e cioè il gigantesco fenomeno dell’immigrazione.
Domenica 18 gennaio la Chiesa celebra la Giornata mondiale dei migranti, e ha inserito nel titolo una frase di san Paolo agli Efesini: «Non più stranieri né ospiti, ma della famiglia di Dio». Questa è la risposta cristiana.