L’Espresso 13 ottobre 2011
Come s'esce da questo caos?

di Bruno Manfellotto

In zona Cesarini il governo ottiene la fiducia: 316 sì contro 301 no. Ma il problema politico è evidente: la maggioranza si sfarina, la Seconda Repubblica si dissolve, l'agonia di un intero sistema è lunga e rovinosa. Sarebbe ora di cominciare a pensare a ciò che possiamo fare per il dopo. Che prima o poi arriverà

Anche se di stretta misura e in zona Cesarini, Silvio Berlusconi e il suo governo hanno ottenuto alla Camera il voto di fiducia: ostacolo superato con 316 voti a favore. E' fallito dunque il tentativo dell'opposizione di far mancare il numero legale per la decisione del piccolo drappello di radicali - cinque deputati - di non abbandonare l'aula.

Se la strategia dell'opposizione avesse fatto centro, la mancanza del numero legale avrebbe costituito un chiarissimo messaggio politico al Cavaliere e comunque costretto il presidente della Camera a rinviare la seduta. Così non è andata, ma la fiducia conquistata oggi si limita a spostare nel tempo un problema politico evidente: la maggioranza si è ormai sfarinata, il governo è paralizzato. E ricomincerà la ricerca di un sistema per sbalzare di sella Berlusconi, magari ricominciando a premere sui dissidenti e congiurati della maggioranza guidati da Scajola e Pisanu. Ma non sarà così facile.

"Lo spirito è forte, ma la carne è debole", si lascia scappare Beppe Pisanu in un empito di sconsolata sincerità. E se lo dice lui, democristiano di lungo corso, poi berlusconiano critico, dubbioso e dissidente, uomo navigato che sa di antimafia e di servizi segreti, e che ne ha viste e sentite di cotte e di crude, non solo bisogna credergli ma anche rifletterci su. La Seconda Repubblica si dissolve, la maggioranza si sfarina e decine di parlamentari della maggioranza non vedono l'ora di disfarsi del Cavaliere, forse perché ne hanno finalmente compreso limiti e pericoli.

E però per mesi non decidono l'affondo finale, dubitano, frenano, chiedono garanzie sul loro personale futuro. Comincia così una paziente opera di convincimento, misero atto finale di un'agonia politica tanto lunga da sembrare eterna... Il Transatlantico di Montecitorio, vetrina della crisi, si trasforma in un grande suk dove le speranze degli uni cercano concretezza nelle paure degli altri: offerte, richieste, concessioni. In quest'ottica, il voto sull'assestamento di Bilancio 2010 che martedì 11 ottobre ha umiliato Berlusconi - e per la prima volta l'agguato viene dalla stessa maggioranza - e aperto la strada all'ultima spiaggia della fiducia al governo, è stato allo stesso tempo mossa d'assaggio e tentativo di alzare la posta, prova tecnica di affondamento e termometro della temperatura politica dentro la maggioranza.

Fortunatamente non è tutto così. A Milano, per esempio, un avvocato-sindaco sta facendo il suo nuovo mestiere seguendo stile, regole e passione indicando anche una strada possibile. Un'altra Italia c'è e ci crede ancora.
Certo, si fatica assai. Per ora regna il caos, le Borse bruciano miliardi e chi riesce a guadagnare un sacco di soldi lo fa scommettendo sul fatto che i titoli scivolino sempre più giù. Si punta sul peggio. Chi dovrebbe rassicurare non ha più parole, chi dovrebbe intervenire vacilla. Jean Claude Trichet, in procinto di lasciare Francoforte e la Bce, mette in guardia: è rimasto poco tempo per agire, la crisi s'aggrava; nel giorno più caldo, Giulio Tremonti dimentica di andare a votare alla Camera per sostenere un provvedimento che pure ricade sotto la sua personale responsabilità; Angela Merkel e Nicolas Sarkozy commissariano l'Europa rinnovando l'antico patto di ferro e Franco Frattini rompe un lungo silenzio balbettando la tardiva protesta del più debole.

E mentre i mercati confermano che le misure adottate non bastano a frenare la crisi economica e finanziaria, primari banchieri e operatori di Borsa si chiedono quanti punti di spread in meno varrebbe il semplice annuncio di una crisi di governo e l'uscita di scena di Silvio Berlusconi.
Nel giorno in cui s'arenava alla Camera il rendiconto generale dello Stato, mancavano solo due settimane al trasloco di Mario Draghi da Roma alla Bce di Francoforte, ma ancora non era stato possibile avviare la procedura di nomina del governatore della Banca d'Italia, che il legislatore volle complessa e rigorosa proprio per difendere l'autonomia dell'istituto dal potere politico. Peggio della paralisi e dell'inazione, è stato da parte del governo mettere l'uno contro l'altro candidati che non s'erano candidati facendo apparire la Banca d'Italia non la parte lesa, quale è stata in queste ore, ma una fortezza da conquistare. Suicida. La caduta di un intero sistema prova a trascinare con sé tutto ciò che incontra.

Anzi, si è riusciti a fare anche di peggio facendo balenare la candidatura di Lamberto Dini, una trovata che a qualcuno dev'essere apparsa furba assai nelle ore della conta di fedeli e congiurati del Cavaliere. Oddio, Dini, ancora? Diciott'anni dopo che Ciampi, pur di impedirne l'ascesa a Palazzo Koch, propose a Scalfaro la nomina a governatore di Antonio Fazio.

Paralisi. Crisi. Degrado. Potremmo adattare al caos italico le sincere parole del premio Nobel Christopher Sims sull'avvitarsi dell'economia: "Non ho assolutamente idea di come si possa venire fuori da questo macello". Amen.