da: l'Espresso 15 settembre 2010
FINI, D'ALEMA E LA NUOVA DESTRA
di Eugenio Scalfari
Liberali, riformisti, centristi, moderati, conservatori, progressisti: oggi tutti dovrebbero contribuire a eliminare quella suburra fatta governo chiamata berlusconismo. Per confrontarsi dopo sulla via migliore per ottenere il bene comune
Massimo D'Alema ha
sempre sostenuto che la sinistra e perfino il centrosinistra sono sempre stati
in minoranza in Italia. Il nostro è un Paese il cui cuore batte a destra, perciò
bisogna praticare l'acrobazia per portare la sinistra al governo.
Ha torto o ha ragione? La questione, non nascondiamocelo, è piuttosto complicata
ed è diventata più attuale che mai dopo il discorso di Gianfranco
Fini, il 5 settembre a Mirabello. Quel discorso è stato molto
importante sia dal punto di vista dei contenuti sia per il linguaggio. L'ho
ascoltato in diretta televisiva e mi ha ricordato l'arringa di Cicerone, quella
che comincia con la famosa frase dell'"usque tandem". "Quousque tandem, Catilina,
abutere patientia nostra?", fino a quando abuserai della nostra pazienza? Perciò
sono rimasto perplesso leggendo su un giornale che uno dei finiani più
combattivi, mi pare fosse Granata, voleva regalare ai militanti convenuti a
Mirabello il discorso tenuto da Catilina ai suoi seguaci la vigilia della
battaglia di Fiesole, dove lo stesso leader ribelle trovò la morte e i suoi
compagni furono massacrati dalle legioni romane. Non il discorso di Catilina
doveva regalare, ma l'"usque tandem" di Cicerone. Ciò detto torniamo al tema.
Fini si propone di dar vita ad una destra nuova di zecca: un partito liberale di
massa. Repubblicano. Nazionale. Costituzionale. Ma poi, continuando a
specificare sempre meglio l'oggetto del suo sogno politico, ha aggiunto altri
aggettivi. Esattamente questi:riformista, sociale, federalista ma
fortemente unitario, liberista ma con interventi robusti dello Stato in politica
industriale, europeista e favorevole all'Unione economica e politica
dell'Europa. Infine: cattolico ma coraggiosamente laico.
Si può definire di destra un partito con queste caratteristiche? La questione è
ardua. Per quanto mi riguarda ne dubito. Il primo dubbio mi sorge dalla
definizione del nuovo movimento-partito: liberale di massa. L'Italia sarà pure,
come dice D'Alema, strutturalmente di destra, ma liberale certamente no. Il
grosso degli italiani non è mai stato liberale se per liberale si intende chi
capisce la necessità di darsi delle regole che tutelino l'interesse generale e
la necessità di rispettarle. La necessità che il fisco sia equo ma che le tasse
siano pagate. La necessità che la legge sia veramente eguale per tutti. La
necessità che vinca il merito e non la furbizia, che le raccomandazioni siano un
demerito, che le clientele vengano sciolte e le corporazioni contenute, che i
deboli siano messi in condizione di competere con i forti con pari opportunità.
C'è perfino un ministero di questo nome ma si è sempre occupato di questioni
marginali mentre dovrebbe essere il ministero più importante di tutti. Perciò un
partito liberale di massa non è mai esistito. Non solo in Italia ma in tutta
Europa, in Gran Bretagna, in Germania, in Francia, in Spagna, in Scandinavia.
Minoranze liberali sì, maggioranze mai, almeno da quando esiste il suffragio
universale.
Faccio queste riflessioni non già per criticare la sortita di Fini e neppure le
opinioni in proposito di D'Alema, ma per inquadrarle in una cornice realistica.
Una destra costituzionale,
nazionale, democratica come quella tratteggiata da Fini sarebbe (sarà, io spero)
un importante passo avanti per il nostro Paese e la fine dell'anomalia
berlusconiana che ci blocca da quindici anni, ma non potrà certo aspirare alla
conquista della maggioranza degli italiani.
Analogo discorso - e su questo D'Alema ha ragione - si può fare per la sinistra
e per il centrosinistra. Il bipolarismo visto coerentemente come bipartitismo, è
dunque impossibile? Credo di sì, credo che sia impossibile. Non è impossibile
invece assumere ilriformismo come
elemento politico e culturale discriminante all'interno di un quadro che abbia
la costituzione e le regole come valori condivisi. Esiste un riformismo con
connotati di sinistra e un riformismo con connotati moderati. Il riformismo non
è un partito ma un elemento dominante, un fatto culturale. Prendete i partiti
americani. I democratici sono strutturalmente riformisti ma ospitano anche una
minoranza di conservatori; i repubblicani sono conservatori ma ospitano una
minoranza di riformisti. Il mondo globale è complesso e la geometria euclidea ha
fatto il suo tempo.
Non si scoraggi D'Alema: il riformismo di sinistra può competere ed anche
vincere la sfida. Ed anche la nuova destra costituzionale di Fini o il centrismo
di Casini o una loro alleanza possono competere e vincere. L'importante è
scrivere insieme le regole
del gioco avendo di mira il
bene comune. Al primo punto del bene comune c'è oggi l'eliminazione
dell'anomalia berlusconiana. Dell'impunità fatta legge. Della suburra fatta
governo. Tutto il resto viene dopo.