Da l'Espresso 12 novembre 2010
Avetrana siamo noi
Viene il dubbio che in Italia abbiamo perso il senso delle cose e regoliamo i conti in preda agli istinti e agli appetiti più bassi: sedotti dalla tentazione di levare di mezzo gli avversari attraverso il massacro
di Giorgio Bocca
 


Gli italiani sono sedotti dai delitti, cioè dal male e dai suoi demoni. Nella campagna di Avetrana, come in tutti i luoghi dei crimini più orrendi, gli italiani vanno in pellegrinaggio per riconoscere da vicino i mostri che frequentano i loro sogni e le loro fantasie. Avetrana è un villaggio del profondo Sud e l'assassinio "familiare" di Sarah Scazzi è maturato e si è compiuto in una profonda campagna secondo un modo familiare cioè contadino, ma tutti gli italiani lo hanno sentito come proprio, a smentita che la società italiana moderna abbia perso i suoi fondamenti contadini: il perdurare di una diffusa barbarie soggetta agli appetiti sessuali e all'ignoranza.
Ciò che colpisce nel comportamento del contadino assassino Michele Misseri, di sua figlia Sabrina e della stessa vittima Sarah è l'assoluta stupidità dei comportamenti, il loro lasciarsi trascinare dai demoni dei desideri, della gelosia, degli istinti. Così privi di raziocinio che oggi a delitto avvenuto risulta difficile, quasi impossibile, ricostruirne una trama comprensibile.

Perché padre e figlia avrebbero ucciso Sarah? Dicono gli inquirenti: perché il Misseri aveva molestato la nipote quindicenne e ne era stato respinto, perché sua figlia Sabrina era gelosa di Sarah, sua rivale in amori paesani. E per questo si uccide, in modo che il delitto riveli tutte le sue origini familiari, e come non bastasse il Misseri ritrova in un campo il telefono della vittima credendo di allontanare da sé i sospetti mentre li ingigantisce? Non la coscienza, non la ricerca di impunità, non il giudizio del prossimo, non la morale guidano gli sciagurati, ma la televisione, l'occhio magico della televisione che riempie le loro giornate, il solo che li possa seguire e svelare nelle loro mosse assassine. "La televisione dava il telegiornale quando io telefonai a Sarah", dice Sabrina, "non ero nella cantina dove è stata uccisa". Tutti animati da una ferocia irragionevole e dall'accanimento contro i familiari.

Perché il Misseri ha accusato la figlia di complicità? Per trascinarla con sé all'inferno? Perché non sa controllare la memoria e la accusa con quel "noi siamo andati al pozzo". Tutti privi di pietà, Sabrina che accusa il padre e lo vuole sepolto vivo in prigione, l'amica di Sabrina Mariangela che non trova parole di pietà, ma di implacabile giustizia: "Se la mia amica c'entra la deve pagare".
Ne esce male anche l'informazione, Avetrana è un villaggio del profondo Sud nella campagna di Taranto, i primi ad accorrere sono i corrispondenti locali che mandano fiumi di parole confuse, di rivelazioni contraddittorie che si aggiungono alla difficoltà di trovare una minima ragione nella caotica e irragionevole vicenda.

Ma non solo Avetrana, l'Italia intera sembra afflitta da delitti feroci senza senso, una serie quotidiana di mogli uccise dal marito o di fidanzati accoltellati dall'amata gelosa. Come se l'Italia intera, l'intera società italiana, non sapesse più risolvere i suoi conflitti e le sue contraddizioni se non alla maniera barbara di levar di mezzo gli avversari o i contraddittori.
Nei giorni più duri e roventi della guerra civile un modo di dire usuale di un nemico era "fallo fuori", uccidilo, lascia il suo cadavere in un bosco o in un fiume, fallo sparire fisicamente. Come se la memoria e il rimorso non fossero dei testimoni implacabili per una prosecuzione senza fine del reciproco massacro.