Da l'Espresso 18 marzo 2011
L'ITALIA CHE APPLAUDE LA MINETTI
La cultura berlusconiana è riuscita a rovesciare le categorie: per loro i nemici della giusta società non sono i ladri e i corrotti che cercano di far rispettare la legge. E l'impudenza diventa la norma.
Giorgio Bocca
Si tratti di atti comuni come di rivoluzioni, gli uomini procedono a gregge uno
dietro l'altro dove li porta l'unanimismo accidentale. Perché tunisini,
algerini, egiziani, iraniani scendono nelle piazze per chiedere la libertà a cui
prima hanno rinunciato per seguire sultani o sacerdoti?
Persino la Libia, unico Stato arabo fino ad ora calmo e obbediente al suo
dittatore nella bufera
generale,
grazie al petrolio che assicurava ai sei milioni di abitanti un benessere e un
tenore di vita altissimo per l'Africa, ora si sta ribellando. La voglia di
libertà erompe a catena come un'epidemia, perché gli uomini decidono che è il
momento di lottare per la libertà a costo della vita quando lo fanno i loro
vicini.
Le grandi rivoluzioni, la francese e la sovietica, produssero in tutto il mondo
focolai rivoluzionari, nei giorni della rivoluzione francese in tutti paesi
della santa alleanza conservatrice i giovani alzarono gli alberi della libertà,
magari accogliendo in loro nome come liberatori i più grandi imperialisti come
Napoleone Bonaparte. E in suo onore tanti giovani polacchi mossero a cariche
disperate contro gli oppressori russi, scambiandolo per il liberatore.
In questa girandola di oppressi che diventano oppressori, di liberati che
diventano schiavisti e dominatori c'è una sola cosa costante: tutti quelli che
arrivano al potere rubano, coltivano l'illusione di garantirsi con il furto il
perenne benessere, il perenne potere sui più poveri.
Nella Roma imperiale il furto dei vincitori era considerato normale,
fisiologico. L'aristocratico Cesare, dopo aver dilapidato le sue fortune in
giochi e in feste, andava nella provincia spagnola a ricostruirsi in breve tempo
con la rapina del dominatore le sue fortune e i suoi connazionali non trovavano
nulla d'illecito e di scorretto nel suo comportamento.
Silvio Berlusconi ha fatto di questo ladrocinio dei potenti la norma invidiata e
rispettata almeno dalla metà dei suoi concittadini, i quali anche se lo
biasimano in pubblico, in privato lo invidiano, vorrebbero essere al suo posto
anche nel coltivare piaceri modesti e un po' turpi. Il Berlusconi che parte per
un viaggio governativo assieme a una bella escort e a due simpatici avventurieri
della politica non fa qualcosa di illecito, vituperato dalla gente, fa quello
che la metà abbondante della gente vorrebbe fare.
In occasione dei guai processuali di Berlusconi il suo uomo di pubbliche
relazioni, Giuliano Ferrara, è uscito in un paradossale ma italianissimo
rovesciamento delle parti: gli eversori, i corrotti, i nemici della giusta
società non sono i ladri e i corruttori, gli eversori delle leggi, ma i
cittadini operosi e onesti che hanno il torto supremo di pretendere di vivere
del loro lavoro, del loro sudore, come dice la Bibbia.
Sono loro la vera peste della società: gli invidiosi, gli inquisitori pronti a
mandare ai ferri e alle galere i bravi e allegri dilapidatori del bene pubblico,
sono loro, i lividi e tristi moralisti, a calunniare i potenti, a esortare i
loro amici, i feroci magistrati, a perseguire i bravi costruttori di ricchezze e
di benessere.
Bisognava vederle le migliaia di persone accorse alla requisitoria del Ferrara
come applaudivano, come giubilavano a sentire trattati come infami i procuratori
della Repubblica che accusano Berlusconi di aver cercato di impaurire i
poliziotti per liberare la minorenne ladruncola e prostituta Ruby, come si
commuovevano per la mala sorte della giovane Minetti, amante di Berlusconi e
tenutaria delle giovani invitate alle sue feste.
Povera Minetti: avvertita da Silvio si era precipitata in questura a liberare la
Ruby per salvarla alla sua maniera, cioè farla assistere da un'altra giovane
prostituta. L'impudenza come norma, come regola.