Giornalismo suicida
Mai si era scesi così in basso: in una gara al reciproco dileggio fatta con
inedita violenza. Causa il declino,
se non la scomparsa, dei valori etici
di Giorgio Bocca
Mai
il giornalismo italiano era sceso così in basso. Un fiume di diffamazioni
reciproche, di attacchi personali, di finte rivelazioni su peccati veri o
presunti anche se risalenti a trenta o a cinquant'anni fa del tipo "sei stato un
fascista", "hai scritto lodi di Mussolini". In questa gara al reciproco dileggio
i giornalisti sembravano voler apparire più accaniti, più feroci dei loro
mandanti proprietari.
Il direttore del "Giornale", per dire, sembra impegnato in una gara con il
proprietario di fatto Silvio Berlusconi a chi è più accanito nella diffamazione
degli avversari politici. Che si tratti di un giornalismo suicida che vuole
morire in mezzo ai miasmi e ai veleni che sprigiona lo capiscono tutti, anche
nella parte di uno dei protagonisti del conflitto. Nicola Porro, vicedirettore
del "Giornale", ha detto in televisione: il "Giornale" parte ogni mattino con
due condizionamenti pesantissimi, uno di essere il giornale del padrone, l'altro
di avere un direttore che appena sveglio pensa a quali argomenti trovare per
aumentare il numero dei lettori. È una descrizione perfetta di ciò che non
bisogna fare nel buon giornalismo. Il padrone che usa il giornale anche per i
bassi affari, per i mediocri conflitti della lotta politica, e il direttore che
cerca gli argomenti scandalosi che piacciono ai lettori non possono ignorare che
così si fa del giornalismo giallo, non del buon giornalismo.
Il direttore editoriale del "Giornale" Vittorio Feltri non perde occasione per
ricordare che con il suo modo di fare informazione ha diminuito i debiti e
aumentato la vendita, ma ha fatto un giornale dichiaratamente fazioso,
dichiaratamente punitivo degli avversari politici del suo padrone, un giornale
che incute paura. Neppure negli anni della guerra fredda, dello scontro frontale
con il comunismo staliniano si era arrivati a una simile violenza. Di De
Gasperi, il leader democristiano, si scriveva al massimo che era un
austriacante, un deputato di Trento al Parlamento viennese, di Togliatti che era
l'uomo di Stalin, ma si rispettava la sua vita privata, la sua separazione dalla
moglie, la sua relazione con la Iotti.
Allora io facevo un giornalismo di inchiesta che suscitava scandalo presso i
conservatori, ma scrivendo della famiglia del re del cemento Pesenti non andavo
più in là dal rivelare che in casa chiudeva il frigorifero con un lucchetto e si
faceva pagare l'usura come dagli amici cui imprestava l'automobile.
Ma si dice: Berlusconi è stato sottoposto dalla stampa di sinistra a una
persecuzione inaudita, a migliaia di attacchi, a volte di calunnie. Sì, ma come
risposta a una sua ostilità senza precedenti verso la democrazia italiana, verso
la magistratura, ad una sovraesposizione dei suoi piaceri e dei suoi amorazzi.
Ma c'è sempre una ragione più profonda. Questa durezza polemica, questo colpire
l'avversario senza esclusione di colpi derivano anche dal cambiamento della
società e dal declino, se non dalla scomparsa, dei valori etici. Nel mondo
industrializzato dopo la seconda guerra mondiale valori come l'onore, la
fedeltà, il buon nome, la rispettabilità si sono affievoliti sino a scomparire,
sostituiti da un unico dominante valore: il denaro-potere, la ricchezza che ti
mette al di sopra delle leggi e dei giudizi. Chi fa bancarotta non si toglie più
la vita per la vergogna, i colpevoli dei fallimenti dolosi non si nascondono ma
continuano a godere dei privilegi della ricchezza. In questo deserto degli
antichi valori, in questa società dell'homo homini lupus non ci sono più limiti
al generale massacro.
(Nella foto: da destra Sallusti Porro e Feltri)