Da l'Espresso 4 febbraio 2011
La fabbrica del profitto
Il futuro dell'industria nel mondo non dipende più dalle lotte operaie, ma da un solo giudice, un solo padrone: la produttività
di Giorgio Bocca

4 febbaio 2010

Dicono che la proposta di Sergio Marchionne agli operai Fiat di Pomigliano e di Mirafiori (gli altri, quelli di Termini Imerese, sono fuori, la fabbrica ha già chiuso) sia chiara, anzi chiarissima: o gli operai lavorano in modo sostenibile dalla concorrenza delle altre fabbriche di auto del mondo o si chiude, si va in Brasile o a Detroit. Qual è la novità? 
Questa semplicissima: il futuro dell'industria nel mondo non dipende più dalla lotta di classe, dal confronto fra il capitale dei padroni e la forza di braccia dei lavoratori, ma da un solo giudice, un solo padrone: la produttività, l'insieme di ritrovati tecnici e organizzativi che consentono di produrre a costi inferiori e a profitti crescenti. 


Come a dire: l'unità lavorativa della Fiat, come la chiamava Vittorio Valletta, non è più quell'associazione di uomini e di mezzi da cui dipende il modo di progredire e di crescere, non è più il confronto di uomini e di interessi umani che cercano di far convivere i profitti dei padroni con quelli degli operai, che tentano di stabilire attraverso le lotte e le trattative i rispettivi diritti e doveri, la proprietà non è più il risultato di questo incessante scontro-accordo, ma un aut aut come quelli che Marchionne ripete: o si lavora secondo le richieste della produttività vincente o si chiude, si va altrove nel mercato globale. 
Certo, ci sono vari modi per esporre questo nuovo modo di concepire lo sviluppo industriale. Si può sempre dire che il manager intelligente come Marchionne tiene conto dei desideri e dei diritti umani dei dipendenti, che la difesa di un minimo civile di cooperazione fra le parti è, come dice il ministro Maurizio Sacconi, assicurata e normale, ma è chiaro che la condizione sine qua non posta da Marchionne è che l'ultima parola deve spettare alla produttività, cioè a chi vince la corsa tecnica organizzativa nel mercato mondiale. 

Ma si dirà: che c'è di nuovo? Non è sempre andata così? Da quando esiste l'industria non è sempre andata che i padroni, i detentori dei capitali, sia privati che pubblici, sono sempre dovuti ricorrere a correttivi di questo liberismo totale, hanno sempre dovuto "proteggere", disciplinare, correggere la produttività, che il liberismo non era in grado di gestire? 


L'idea liberista che il mercato sia il giudice sovrano giusto e provvidenziale dell'economia è un'idea che sedusse alcuni economisti, ma si rivelò sempre perdente. Per assicurare la continuità del lavoro gli Stati sono ricorsi a tutto, dall'autarchia alla dittatura, dal coinvolgimento totale giapponese allo stacanovismo sovietico, ma pensare come pensa o finge di pensare Marchionne che la produttività venga prima del confronto sociale è un'idea che solo Toni Negri aveva sfiorato quando disse che forse la filosofia capitalistica era entrata nelle stesse macchine, che il turbo capitalismo contemplava non solo il dominio del capitale sugli operai, ma che anche gli strumenti della produzione erano ideati e fabbricati per assicurare il potere del capitale. 


Quello che sembra sfuggire a Marchionne, o che probabilmente finge di non capire pur di far passare il suo nuovo-vecchissimo modo di produrre fra la rassegnazione generale, è che non esistono delle soluzioni democratiche alle dittature, non esiste un modo di trasformare gli operai schiavi, sia pure ben nutriti, in operai cittadini dotati di diritti come gli altri cittadini. 
A questo mondo o si va avanti tutti insieme o si subisce la produttività che regola tutto a suo comodo.