Da l'Espresso 15 giugno 2010

GIUSTIZIA ADDIO
In questo mutevole tempo la sacralità della magistratura è svanita. Ora avanza un modello pragmatico, cangiante, opportunista, dove tutto è possibile: "Il tempo del fare", come lo chiama Berlusconi
di Giorgio Bocca

(15 giugno 2010)


Nei giorni di Mani Pulite, inverno del 1992, la magistratura italiana sembrava onnipotente. Ricordo la mattina che andai al palazzo di giustizia per intervistare il grande accusatore Antonio Di Pietro, e nel corridoio della Procura c'era la coda dei milanesi doc: industriali, avvocati, amministratori, costruttori, finanzieri, che mi conoscevano, mi salutavano perché prima di quella mattina intervistavo loro per sapere come andavano le faccende del potere, e ora invece erano lì in attesa di essere introdotti nell'ufficio di colui che poteva decidere della loro libertà, della loro vita, nell'ufficio de "l'uomo violento", come lo chiama ora Berlusconi.  

E spesso mi chiedo: come è possibile che quella magistratura allora onnipotente, la stessa che mandò a giudizio e condannò Bettino Craxi, mise alla berlina Forlani, tolse colore e vita all'amministratore della Dc Citaristi, disfece il sistema del centro-sinistra, come è possibile che poi non sia riuscita a disfarsi di Berlusconi che oggi la attacca e la insulta ogni giorno, parlando di magistrati boia, di magistrati assassini? E come è possibile che nel programma di governo di prossima attuazione ci siano come punti base la riforma della magistratura, la separazione delle carriere, la supremazia della politica?  

La risposta non è facile, ma possiamo provarci. Per dirla marxianamente, la sovrastruttura del potere, le sue forme politiche sembrano ancora quelle di allora, ma è la struttura di base che è profondamente mutata: il potere degli Stati nazionali è sottoposto ai condizionamenti dell'economia globale, i cui alti e bassi si trasferiscono rapidamente da un continente all'altro, le ideologie sono morte o in gravissima crisi, gli Stati comunisti hanno fatto loro le imprevedibilità del capitalismo, quelli liberisti riconoscono la necessità degli interventi statali. 

Il tempo delle istituzioni immutabili, dei poteri eterni e indiscutibili si allontana. Il modello attuale è il pragmatismo di Barack Obama, che essendo stato eletto nel nome del cambiamento è già intento a rimettere assieme l'America che conta e che decide, non più quella repubblicana dei petrolieri e dei banchieri, ma il suo facsimile della Fondazione Clinton.  

In questo mutevole tempo la sacralità della magistratura è svanita, la sua funzione al servizio dello Stato, la mitica funzione della quadratura del cerchio, dei contrasti irrisolvibili dalla società civile non è più indispensabile. Il tempo della giustizia sovrana è quello immutabile scritto a caratteri giganteschi sulle facciate dei tribunali, non questo pragmatico, cangiante e opportunista dove tutto è possibile, anche che il capo dell'anticomunismo italiano sia amico fraterno e alleato dei comunisti russi allevati dal Kgb, o che l'onorevole Villari del Partito democratico si faccia eleggere al comitato di vigilanza della Rai da Forza Italia e che anche radicali e socialisti approvino questa libertà da re Travicello.  

La cosiddetta opinione pubblica, diciamo l'opinione della minoranza che in Italia si occupa ancora di politica, è sempre divisa fra il ruolo della grande personalità e il corso della storia, fra l'individuo che s'impadronisce del potere e la storia che gliene offre l'opportunità; Berlusconi lo chiama "il tempo del fare". Un tempo in cui le istituzioni millenarie cedono agli appetiti e alle avidità insopprimibili e risorgenti. Da noi un uomo abile e ricco giunto alla guida del governo ricorda ogni giorno alla magistratura che il suo fare non sopporta gli intralci dell'onorata istituzione.