da l'Espresso 31 marzo 2011
Non fermeremo l'immigrazione
È utopia pensare di difendere l'Europa a oltranza con il controllo del
Mediterraneo. Al massimo potremo rallentare l'esodo o aiutare l'Africa a
diventare un po' più ricca. E la Libia con tutto questo c'entra poco
di Giorgio Bocca
I ribelli libici che chiedono libertà hanno storicamente
ragione, perché la Libia è abbastanza ricca per concedersi democrazia e libertà,
ma se attraverso la ribellione libica tutti i poveri dell'Africa chiedessero o
cercassero di raggiungere la ricca Europa si arriverebbe a un feroce conflitto
continentale. Ci sono precedenti nella storia dell'umanità.
Le invasioni barbariche che segnarono la fine dell'impero romano che lasciarono
alle popolazioni italiche uno sgomento da fine del mondo erano numericamente
sopportabili.
L'Italia poteva ospitare centinaia di migliaia di longobardi o di goti, l'impero
bizantino rimasto in piedi riuscì a respingerli, i vandali vennero deviati verso
l'Africa e la Spagna.
Meno facile fu assorbire l'invasione araba che dalla Mecca dilagava verso l'Asia
e verso l'Africa settentrionale occupando anche la Sicilia e l'Andalusia. E non
fu un'invasione solo predatoria, gli arabi portarono in tutto il Mediterraneo la
loro civiltà agricola, le irrigazioni e la filosofia greca, come grado di
civiltà erano più avanzati loro che "in Francia nocquer tanto" piuttosto che i
sovrani carolingi di stirpe germanica.
L'invasione e la grande migrazione degli europei verso le Americhe scoperte da
Colombo furono senza dubbio le più feroci nei rispetti degli indigeni: intere
civiltà come gli inca e gli aztechi vennero distrutte dall'invasione. Che cosa è
prevedibile negli anni a venire? C'è chi pensa a una difesa dell'Europa a
oltranza con il controllo del Mediterraneo, ma è un'ipotesi utopica: non sono
riusciti gli Stati Uniti a chiudere il confine messicano e a impedire
l'emigrazione del Sud America, e non ci riusciremo neppure noi. Al massimo
potremo intervenire in due modi: o rallentare l'esodo o aiutare il continente
africano a diventare ricco, se non come l'Europa, a diversità sopportabile.
La ribellione libica rientra solo per alcuni versi in questa osservazione sui
grandi esodi, essa avviene contro ogni previsione, proprio quando il piccolo
Stato africano si è liberato dal colonialismo italiano e grazie al ritrovamento
del petrolio e del gas è diventato un ricco esportatore.
Si ribella una nazione di pochi milioni di cittadini proprio mentre il suo
reddito pro capite si avvicina a quello europeo. Ma non ci sono solo i motivi
dei grandi esodi quali povertà e servitù, in Libia sono intervenuti i più
decisivi fattori della civilizzazione, quali i mass media capaci di trasmettere
notizie e di raccontare ai locali come stiano veramente le cose, nessuno può
reprimere totalmente radio, telefoni e televisioni che spontaneamente possono
creare un reticolo di informazioni rivoluzionarie, possono raccontare alla gente
in che grado è asservita e come si può organizzare una ribellione.
Il paradosso è che la ribellione della Cirenaica ha avuto il sostegno dei
rivoluzionari egiziani per attaccare una dittatura come quella di Gheddafi che
economicamente li aveva promossi a livelli di vita civile. Nel grande terremoto
politico e sociale libico si incontrano contraddizioni e paradossi di ogni
genere: gli italiani che si trovano in Libia per lavorare e non certo per
occupazione militare - e chi meglio lo sa del colonnello Gheddafi che cacciò
quelli rimasti dopo la guerra - vengono accusati dal dittatore di aver
parteggiato per la rivoluzione mentre è evidente che sono stati danneggiati da
essa nei loro buoni affari. E può darsi che le accuse di aver fornito di armi i
rivoltosi siano persino vere, perché nel confuso gioco del potere i servizi
segreti italiani possono aver aiutato una ribellione gradita agli americani.
Ero in Libia quando Gheddafi prese il potere e in pochi giorni cacciò i coloni
italiani, contadini veneti che avevano bonificato la campagna di Tripoli e che
costituivano un gruppo sociale progredito e necessario a uno sviluppo
equilibrato. Ma il colonnello aveva bisogno di una sua fama di liberatore,
voleva che il suo potere avesse il suggello della guerra patriottica di
liberazione. Poi si vide che democratico era quel capo beduino che governava il
Paese come una tribù, con pose e compiacimenti da capo tribù.