L’Espresso 22 settembre 2011

Perché gli italiani hanno amato B.

di Eugenio Scalfari

Ora che tutto sta finendo, è tempo di iniziare a chiedersi come mai, per quasi vent'anni, così tanti nostri concittadini gli hanno creduto. Non per parlare ancora di lui, ma per capire meglio qualcosa di noi

 

In un recente dibattito televisivo promosso su la7 da Enrico Mentana mi è accaduto di discutere sulla personalità di Silvio Berlusconi confrontandomi con Paolo Mieli e con Giuliano Ferrara. Lo spunto era stato la proiezione di un film-documentario intitolato "Silvio For Ever". Il dibattito è durato più di un'ora ed è stato ricco di occasioni polemiche e di riflessioni meditate. Almeno, così m'è sembrato.

Alla fine Mentana ci ha rivolto due domande: qual è il maggior merito che Berlusconi lascia all'Italia futura e qual è il suo maggior errore che peserà su di noi e sui nostri figli e nipoti. Non sto a ricordare qui le risposte date da Ferrara e da Mieli, dico le mie. Alla prima domanda ho risposto: non lascia nessun merito o dono che dir si voglia. Alla seconda domanda ho risposto: non ha compiuto alcun errore perché è sempre stato coerente con se stesso, un gravissimo errore l'hanno compiuto gli italiani che ripetutamente hanno votato per lui. Dopo quel dibattito ho ricevuto molte lettere di persone che avevano seguito quella trasmissione, la maggioranza delle quali mi poneva un'altra domanda: perché tanti italiani l'hanno più volte votato e molti, sia pure in numero ormai molto ridotto, credono ancora in lui?

La risposta è assai complessa. Comporta infatti un'attenta ricerca sugli italiani, sui nostri difetti e sulle nostre virtù, sulle differenze tra noi e gli altri popoli europei, sulla nostra storia, la nostra cultura, i libri che hanno contribuito a formare il nostro carattere nazionale, le opere d'arte che hanno creato il nostro gusto, l'economia che ha plasmato la nostra professionalità e la nostra partecipazione alla divisione internazionale del lavoro. Infine il nostro sentimento morale.
Si tratta dunque di una vasta ricerca che potrebbe intitolarsi "L'indole, i vizi e le virtù degli italiani", insomma un programma di lavoro, forse un libro da scrivere se il tempo e la voglia mi assisteranno.


Mentre facevo queste riflessioni mi è capitato di leggere uno smilzo volume di George Steiner intitolato "Nel castello di Barbablù" (Garzanti, pagg. 125, euro 16). Lo cito perché è pertinente alla ricerca sugli italiani che mi propongo di fare.

Steiner infatti nel "Castello di Barbablù" la sua ricerca la fa sugli europei, sulla cultura del nostro continente e sull'orrendo crimine che fu commesso in Europa a metà del Novecento: la distruzione degli ebrei nei campi nazisti e l'altro analogo eccidio dei campi concentrazionari nell'Urss stalinista. Il primo soprattutto, perché le sue radici sono ancor più orrende e convivono con un livello culturale assai più elevato e raffinato.

Come fu possibile una così lacerante contraddizione? Perché le stesse persone che passavano il giorno a gestire la strage, la sera andavano a teatro ad ascoltare le sinfonie di Beethoven e i "Concerti Brandeburghesi" di Bach e avevano letto i libri di Goethe, le liriche di Schiller e la "Ragion pura" di Immanuel Kant?

Il piano di lavoro di Steiner abbraccia un campo infinitamente più vasto di quello che io mi propongo, ma la natura della ricerca è analoga. Si tratta infatti di vedere quando come e perché l'uomo europeo e l'uomo italiano sono al tempo stesso concavi e convessi.

Attenzione: non si tratta di dividere un popolo tra buoni e cattivi, tra alti e bassi, belli e brutti. Ogni persona del popolo esaminato ha dentro di sé tutti quegli elementi che ne costituiscono la natura e il fondamento. A volte prevalgono quelli positivi a volte quelli negativi e ciò avviene in presenza di certe circostanze, di certi incontri, di forze e di debolezze che si confrontano e si combattono. Leggete il libro di Steiner che vi farà riflettere e vi aiuterà a capire meglio il presente che stiamo vivendo.