l'Espresso 25 luglio 2011
Facce di bronzo al potere
di Marco Travaglio
I boss del Pdl dicono se
i conti vanno male è colpa di «ci ha lasciato in eredità il
debito pubblico». Già, ma chi è stato? Il Psi di Craxi.
Nelle cui fila c'erano Tremonti, Sacconi, Brunetta,
Cicchitto...
(25 luglio 2011)
Silvio Berlusconi e Bettino Craxi"Socialista!".
Il vecchio insulto in voga ai tempi di Tangentopoli
torna alla ribalta, nell'èra del vintage, contro Giulio
Tremonti. Da Vittorio Feltri a Piero Ostellino ad
Antonio Martino, i custodi ritardatari della presunta
"rivoluzione liberale" berlusconiana mutilata dal
ministro dell'Economia gli rinfacciano i suoi trascorsi
di consigliere economico del Psi. Giusta l'osservazione,
ma non i pulpiti.
Passi quello di Martino, che ha antiche ascendenze
liberali e liberiste. Ma Feltri, ai tempi del
"Corriere", era considerato vicinissimo a Craxi. E
Ostellino subentrò ad Alberto Cavallari alla direzione
di via Solferino con la sponsorizzazione di Craxi,
mettendo in un angolo i giornalisti sgraditi al
Garofano.
Ma ciò che più stupisce nell'accusa di socialismo a
Tremonti (che ben altre ne meriterebbe, a proposito
della briglia sciolta lasciata a un tipetto come
Milanese), è il silenzio degli altri socialisti che
orbitano nelle istituzioni. Berlusconi era talmente
craxiano da fare gli spot elettorali per Bettino. I
ministri Brunetta e Sacconi erano, come Tremonti, le
teste d'uovo che dettavano la politica economica del
Psi. Per non parlare dei craxianissimi Gianni Letta e
Giuliano Ferrara. E di Fabrizio Cicchitto, che si
divideva tra il Psi e la P2. Nel Pci Giorgio Napolitano,
leader dei "miglioristi", spingeva per l'alleanza coi
socialisti, a costo di rompere con Berlinguer sulla
questione morale.
Soltanto un anno fa le massime cariche dello Stato, dal
presidente della Repubblica a quello del Senato a quello
del Consiglio, si sdilinquivano in encomi postumi allo
"statista" corrotto, scomparso nel 2000 in quel di
Hammamet. Per cui suonano un po' curiose tanto le
polemiche su Tremonti socialista quanto le lamentazioni
per il devastante debito pubblico (il terzo del mondo)
che impone manovre giugulatorie come quella appena
approvata dalla Camera e mette l'Italia a rischio di
default. Perché il debito pubblico non l'ha portato la
cicogna. Fino agli anni Settanta i conti dell'Italia
erano in linea con gli standard europei: il debito nel
1979 era il 60 per cento del Pil. Poi arrivarono i
mitici anni Ottanta e la voragine cominciò a crescere e
a moltiplicarsi. Nel 1983, quando Craxi salì a Palazzo
Chigi, trovò il debito al 70 per cento e quattro anni
dopo, quando cadde, lo lasciò al 92 per cento,
raddoppiato in valore assoluto. Al resto provvidero gli
ultimi governi a guida democristiana, che nel 1992
chiusero bottega con il buco al 118 per cento. Cioè alla
percentuale attuale.
Qualcuno provò a lanciare l'allarme, come Spadolini. Ma
lo statista Craxi, attorniato dai Tremonti, dai Brunetta
e dai Sacconi, lo zittì sprezzante: "I repubblicani
dicono di essere i cani da guardia del rigore. A questi
cani noi diciamo: a cuccia!". Anche i liberali
chiedevano qualche economia, e lui: "Hanno fondato
un'associazione per il taglio della spesa che ha per
stemma le forbici. Dimenticano che sono il simbolo degli
eunuchi". Oggi, nel Paese dell'Amnesia, si vorrebbe
tenere insieme tutto: il rimpianto per i grandi statisti
della Prima Repubblica decimati dalla mattanza di Mani
Pulite e lo scaricabarile su imprecisati "governi del
passato" da incolpare per la "pesante eredità del debito
pubblico". Senza mai fare nomi e cognomi.
Nel 1984 il relatore della legge finanziaria del governo
Craxi che, di lì a un anno, avrebbe portato il debito
pubblico da 234 a 289 mila miliardi di lire, si chiamava
Sacconi. Che non è un omonimo dell'attuale ministro del
Welfare: è sempre lui. E nel 1985 il relatore della
finanziaria Craxi che, di lì a un anno, avrebbe portato
il debito pubblico da 289 a 336 mila miliardi di lire,
era ancora quel tal Sacconi. Lo stesso che l'altro
giorno, mentre Brunetta sproloquiava alla presentazione
della finanziaria e Tremonti gli dava del cretino,
alzava il sopracciglio: "Io Brunetta manco lo sto a
sentire". Poi, naturalmente, tutti a prendersela con la
"pesante eredità del passato". Senza precisare che quel
passato era targato (anche) Sacconi-Brunetta-Tremonti.
Cose che càpitano nel Paese che affida la soluzione dei
problemi a chi li ha creati. Tanto l'eredità del debito
pubblico la paghiamo noi, non loro. I furbastri hanno
pure abolito la tassa di successione.