Da l'Espresso 17 settembre 2010
E me'
Aristòtil
Tornare alla conoscenza del dialetto è fondamentale per
conservare le nostre radici. Ma sostituire i dialetti alle lingue nazionali
significa ripiombare nel ghetto intere popolazioni
di Umberto Eco
Non ci crederete, ma chiedendo su Internet una
voce poco comune (Marin Mersenne, un contemporaneo di Cartesio)
mi sono ritrovato un testo di Wikipedia in piemontese. Incuriosito, ho cercato
meglio, e ho trovato che moltissime voci si possono trovare tradotte (oltre che
in tutte le lingue di nazioni che siedono all'Onu, alcune in alfabeti per noi
illeggibili) anche in Asturiano, Sardo, Siciliano, Corso, Galiziano,
Interlingua, Maori, Occitano, Swahili, Veneto, Volapük, Yoruba e Zulù.
Naturalmente sono stato attratto dai dialetti
italiani e, lasciato da
parte il buon padre Mersenne, che troverebbe impreparati molti dei miei lettori,
mi sono appuntato su Aristotele che, essendo il maestro di color che sanno, è
anche il maestro dei lettori de "L'espresso". Di lui si dice in piemontese che "Aristòtil
a l'era nassù a Stagira (an Macedònia) dël 384 aGC e a l'é mòrt a Calcis (ant l'Eubéa)
dël 322 aGC. A l'ancamin dissìpol ëd Platon, Aristòtil a fonda tòst soa pròpia
scòla filosòfica a Atene, ël Licéo. Soa curiosità anteletual a l'ha tocà tuti ij
domini dla conossensa". Come neppure Camilleri oserebbe, si annota in siciliano
che "Ntô 348/7, annu dâ morti di Platoni, ntô mumentu 'n cui lu filòsufu
Spiusippu veni disignatu a succèdiri ô mastru ntâ dirizzioni dâ scola,
Aristòtili abbannuna l'Accadèmia nzèmmula a Senucrati. Havi nizziu accussì lu
pirìudu di li viaggi: Aristòtili suggiorna prima a Atarneu, pressu lu tirannu
Ermia, appoi a Mitileni, nta l'isula di Lesbo; 'n stu pirìudu si didica â
ricerca e forsi macari ô nzignamentu (sècunnu Jaeger avissi funnatu a Assu,
nzèmmula ê filòsufi Senucrati, Erastu, Còriscu na sorta di succursali di
l'Accadèmia)".
Giunti al sardo si
specifica che "Custu artìculu est unu abotzu. Lu podes modificare e lu fàghere
mannu e bellu. Agiudanos!". Ma in veneto si apprende che "e òpere de Aristotele
e se divide in scriti acroamàtisi o exotèrisi, chei i xé spunti per e lesion del
fi- òxofo, e esotèrisi, fati per el pùblico. Sti ùltemi i xé un grupo de dià
oghi, un protrètico (testo chel conségia a fi oxofia) e un su a fi oxofia. I
exotèrisi invese i xé dixisi in testi de metafìxica, in quatòrdexe libri, chei
demostra a progresiva destinsion del pensièr de Aristotele da queo del maestro
Platon, i ga come tema prinsipal a sostansa". Trovo in Bân-lâm-gú che "Chit phin
bûn-chiun s chit ê phí-á-kián", e non posso che consentire. È però curioso che
manchi la versione in lombardo, segno che l'iniziativa non risale ai sindaci
leghisti che mettono i nomi delle strade in dialetto (o costoro non hanno mai
sentito parlare di Aristotele). Ora, devo confessare che sentir dire in
piemontese che "Aristòtil ant J'analìtich (anté che analìtich a l'é lòn che al
di d'ancheuj a l'é dit lògica), a definiss ël silogism, na sòrt dë schema lògich.
A men-a anans cost ëstudi con d'arflession an sla dimostrassion e l'andussion",
mi fa una certa tenerezza. Ma me la fa perché mi ricorda quando al liceo ci si
divertiva a ridire in dialetto quel che i professori ci insegnavano in italiano.
Salvo che parlavano meglio dialetto, e quindi ci facevano più ridere, quelli che
in casa non avevano mai parlato italiano, e quindi alla maturità se la sarebbero
cavata meno bene, non dico in italiano, ma persino in filosofia, perché non
sapevano esprimere con chiarezza i concetti.
Infatti il dialetto, ottimo per il comico, il familiare, il concreto quotidiano,
il nostalgico-sentimentale, e spesso il poetico, alle nostre orecchie deprime i
contenuti concettuali nati e sviluppatisi in altra lingua. Chiedetevi perché "il
pensiero di Aristotele ha come tema principale la sostanza", tradotto in tedesco
non fa ridere, e tradotto in veneto sembra Arlecchino servo di due padroni.
Inoltre chi fosse pur capace di riassumere tutto Aristotele in piemontese, non
riuscirebbe a raccontarlo a chi parlasse non dico siciliano ma persino lombardo
- se si pensa che una volta, leggendo una raccolta di poesie dialettali in
alessandrino, mi sono trovato a un certo punto imbarazzato di fronte a una
poesia scarsamente comprensibile, e ho poi scoperto che era scritta nel dialetto
di Casalbagliano, che da Alessandria dista soltanto sei chilometri.
Le lingue nazionali sono servite nel corso della storia a unificare le culture
locali, e nel bailamme di dialetti africani cara grazia che sia esistito lo
swahili in cui diverse genti di etnie diverse hanno potuto comprendersi e fare
affari. Tornare alla conoscenza del dialetto (o non perderla) è fondamentale per
conservare le nostre radici, ma sostituire i dialetti alle lingue nazionali,
come vogliono alcuni sconsiderati, significa ripiombare nel ghetto tante
popolazioni che avevano avuto la possibilità di guardare al di là dei confini
del loro villaggio.