Una volta chi si sentiva abbandonato dal resto dell'umanità trovava consolazione nel fatto che l'Onnipotente, almeno lui, era ogni giorno testimone dei suoi affanni. Oggi quella funzione divina è decisamente sostitituita dall'apparire in televisione
(23 dicembre 2010)
L'altra mattina a Madrid ero a colazione col mio re. Non vorrei
essere frainteso: pur essendo di fieri sentimenti repubblicani, due anni fa sono
stato nominato duca del Regno di Redonda (col titolo di Duque de l'Isla del Dia
de Antes) e questa dignità ducale condivido con Pedro Almodóvar, Susan Byatt,
Francis Ford Coppola, Arturo Perez-Reverte, Fernando Savater, Pietro Citati,
Claudio Magris, Ray Bradbury e alcuni altri, tutti in qualche modo uniti dalla
comune qualità di essere simpatici al re.
Dunque, l'isola di Redonda sta nelle Indie Occidentali, misura trenta chilometri
quadrati (un fazzoletto) è del tutto disabitata e ritengo che nessuno dei suoi
monarchi vi abbia mai messo piede. L'aveva acquistata nel 1865 un banchiere,
Matthew Dowdy Shiell, che aveva chiesto alla regina Vittoria di costituirla in
regno autonomo, ciò che la graziosa maestà aveva fatto senza problemi perché non
vi vedeva alcuna minaccia per l'impero coloniale britannico. Nel corso dei
decenni l'isola era passata sotto vari monarchi, alcuni dei quali avevano
venduto il titolo più volte, provocando risse di pretendenti (e se volete sapere
tutta la storia pluridinastica cercate Redonda su Wikipedia), e nel 1997
l'ultimo re aveva abdicato a favore di un famoso scrittore spagnolo, Javier
Marias (ampiamente tradotto anche in Italia) il quale ha cominciato a nominare
duchi a destra e a manca.
Ecco tutta la storia, che naturalmente sa un poco di follia patafisica, ma
insomma, diventare duca non è cosa da tutti i giorni. Il punto tuttavia non è
questo: è che nel corso della nostra conversazione Marias ha detto una cosa
sulla quale vale la pena di riflettere. Si discuteva sul fatto evidente che oggi
la gente è disposta a fare carte false pur di apparire su un teleschermo, anche
solo come l'imbecille che fa ciao ciao dietro all'intervistato.
Recentemente in Italia il fratello di una ragazza barbaramente assassinata,
avendo dolorosamente sfiorato gli onori della cronaca, è andato da Lele Mora a
chiedere un ingaggio televisivo per poter fare fruttare quella sua tragica
notorietà, e sappiamo di chi, pur di apparire alla ribalta della cronaca, è
disposto a dichiararsi cornuto, impotente o truffatore, né è ignoto agli
psicologi criminali che ciò che muove il serial killer è il desiderio di essere
scoperto e diventare celebre.
Perché questa follia, ci si domandava? Marias ha avanzato l'ipotesi che quanto
accade oggi dipenda dal fatto che gli uomini non credano più in Dio. Un tempo
gli uomini erano persuasi che ogni loro azione avesse almeno uno Spettatore, che
conosceva tutti i loro gesti (e i loro pensieri), poteva comprenderli o
all'occorrenza condannarli. Si poteva essere un reietto, un buono a nulla, uno
"sfigato" ignorato dai propri simili, che un minuto dopo la sua scomparsa
sarebbe stato dimenticato da tutti, ma si nutriva la persuasione che almeno Uno
sapesse tutto di noi.
"Dio sa che cosa ho sofferto", si diceva la nonna inferma e abbandonata ai
nipoti, "Dio sa che sono innocente", si consolava chi era stato condannato
ingiustamente, "Dio sa quanto ho fatto per te", diceva la madre al figlio
sconoscente, "Dio sa quanto ti amo", gridava l'amante abbandonato, "Solo Dio sa
quante ne ho passate", lamentava lo sciagurato delle cui sventure non importava
niente a nessuno. Dio era sempre invocato come l'occhio a cui nulla sfuggiva e
il cui sguardo dava senso anche alla vita più grigia e insensata.
Scomparso, rimosso questo Testimone onniveggente, che cosa rimane? L'occhio
della società, l'occhio degli altri, a cui bisogna mostrarsi per non sprofondare
nel buco nero dell'anonimato, nel vortice della dimenticanza, anche a costo di
scegliere il ruolo dello scemo del paese che si mette in mutande e balla sul
tavolo dell'osteria. L'apparizione sullo schermo è l'unico succedaneo della
trascendenza, e ne è un succedaneo tutto sommato gratificante: ci si vede (e ci
vedono) in un aldilà, ma in compenso in quell'aldilà tutti ci vedono qua, e
mentre qua ci siamo anche noi - pensate che vantaggio, godere di tutti i
vantaggi dell'immortalità (sia pure assai rapida e transeunte) e avere nel
contempo la possibilità di essere festeggiati a casa nostra (in terra) per la
nostra assunzione nell'Empireo.
Il guaio è che in questi casi si equivoca sul doppio significato del
"riconoscimento". Tutti aspiriamo vengano "riconosciuti" i nostri meriti, o i
nostri sacrifici, o qualsiasi altra nostra bella qualità; ma quando, dopo essere
apparsi sullo schermo, qualcuno ci vede al bar e ci dice "l'ho vista ieri in
televisione" semplicemente "riconosce te", ovvero la tua faccia - il che è cosa
assai diversa.