Da Famiglia
Cristiana n° 52 del 28 dicembre 2008
LE PAROLE DEL CAPO DELLO STATO SU GIUSTIZIA E QUESTIONE MORALE
I RICHIAMI DI NAPOLITANO
SENZA SCONTI PER NESSUNO
Il presidente
Napolitano a Napoli, con il governatore della Campania Bassolino (foto).
In quella occasione, il capo dello Stato aveva parlato del tristissimo stato di
degrado della politica e della pubblica amministrazione.
di Beppe Del Colle
La confusione è al massimo, ma questa non è la caratteristica più notevole di una situazione politica, in cui è in gioco per il Paese non solo una "questione morale", ma la sostanza stessa di una democrazia, le sue istituzioni. Il presidente Napolitano ha detto mercoledì scorso, davanti alle massime cariche dello Stato (non c’era Berlusconi, indisposto), che «si pongono con urgenza problemi di equilibrio istituzionale nei rapporti fra politica e magistratura».

Ha individuato alcune specifiche ragioni di quegli squilibri in comportamenti di magistrati, come gli «eccessi di discrezionalità», i «rischi di arbitrio», i «cortocircuiti giudiziari», le «missioni improprie», le «smanie di protagonismo». Ha sollecitato una riforma della giustizia in cui le mansioni della magistratura siano ispirate a un «costume di serenità, riservatezza ed equilibrio».
Le parole del capo dello Stato sono state accolte dall’uditorio con il massimo dei consensi, da destra e da sinistra, anche se, fino a qualche tempo fa, facevano parte di un convincimento diffuso soltanto nei settori politici più vicini alle vittime di Tangentopoli e ai loro eredi.
Il fatto è che oggi non si tratta più di "toghe rosse"; "rosse", tradizionalmente parlando, sono in massima parte le persone inquisite o già finite in carcere. Né si parla, soprattutto, di esponenti di Governo o delle Camere, ma di componenti di Regioni, Comuni e Province, cioè di personalità con le quali sono in quotidiano rapporto i cittadini.
La differenza è semplicissima: Tangentopoli, che ha eliminato partiti di antica data, come la Dc e il Psi, e alcuni loro capi come Craxi e Forlani, non ha avuto il minimo impatto sulle successive affluenze elettorali; domenica 14 dicembre in Abruzzo ha votato un avente diritto su due.
Attenzione. Non stiamo dicendo che dietro Napolitano, che lui lo voglia o no, cerchi di coagularsi quanto resta del mondo degli amministratori locali di sinistra, ora concentrati nel Pd, ai quali una riforma della Giustizia che limiti i poteri dei magistrati inquirenti potrebbe garantire una qualche sicurezza in più, ad esempio in tema di intercettazioni telefoniche. Cerchiamo, invece, di capire quale via d’uscita istituzionalmente corretta possa fornire il presidente della Repubblica, cioè la massima carica dello Stato, da una situazione che rischia di mandare in crisi, ripetiamo, la stessa democrazia.
Perché è bene parlar chiaro. L’astensione dal voto in Abruzzo può significare due cose, opposte fra loro: l’inizio di uno sgretolamento irreparabile del sistema politico fondato sulla Costituzione, in cui il sovrano è il popolo; o l’ultimo avviso di quel medesimo popolo, che intende restare "sovrano", ai partiti chiamati, da quella Costituzione, a interpretarne politicamente la volontà. In particolare, il Partito democratico, che finora si è mostrato coerente con i propri dichiarati princìpi soltanto a parole.
Si dirà: l’Abruzzo non è la Regione più importante del Paese, vive un momento scandaloso; capiremo meglio che cosa aspettarsi nel 2009, quando si voterà per molte amministrazioni locali e per le Europee. Ma il Pd ha pochissimo tempo davanti a sé.
Vedremo soprattutto come lo userà a proposito della riforma della Giustizia; ricordando, però, che lo stesso Napolitano, che ha criticato certi comportamenti dei giudici, qualche settimana prima aveva parlato, proprio nella sua città, del tristissimo stato di degrado della politica e della pubblica amministrazione. Senza sconti per nessuno.