Da
Famiglia Cristiana n.14 del 4 aprile 2010
DAL VOTO REGIONALE ESCE UN’ITALIA SPACCATA IN DUE GEOGRAFICAMENTE
IL NUOVO
BIPOLARISMO
È TRA IL NORD E IL SUD
A questo punto
molto dipenderà d’ora in poi dalla capacità del premier di gestire una politica
nazionale nel senso pieno del termine, cioè nel rispetto degli interessi di
tutte le parti del Paese.
Di là dalla conta aritmetica dei voti delle elezioni regionali, di là dei giudizi sulla campagna elettorale, di là anche dall’analisi sulle cause dell’aumento dell’astensionismo, c’è soprattutto un punto sui cui conviene riflettere.
Al Nord è fortemente aumentato il favore elettorale per la Lega, che si è confermata di gran lunga il primo partito del Centrodestra in Veneto e si è avvicinata di molto al Popolo della libertà in Lombardia. Contemporaneamente, al Sud, in particolare in Campania e in Calabria, la netta vittoria del Centrodestra ha un significato sul quale non possono esistere molti dubbi: i cittadini delle Regioni meridionali, dove la sinistra non ha dato prove soddisfacenti nel recente passato, sembrano convinti che una forte presenza dei loro referenti politici nell’area della maggioranza e del Governo centrale possa e debba costituire una difesa rispetto a quel Nord e a quella Lega, il cui rafforzamento può costituire una spinta al federalismo (non soltanto fiscale) che ai loro occhi è una minaccia.

Silvio Berlusconi e Pierluigi Bersani (foto Ansa).
Se questa ipotesi interpretativa del voto del 28/29 marzo è vera, o perlomeno verosimile, dobbiamo trarne la conclusione che la politica italiana si sta portando davvero verso il bipolarismo, ma in una forma diversa da quella che si è potuto fin qui immaginare. Non sarebbe un bipolarismo fra i partiti – uno di maggioranza, uno di opposizione, come nelle democrazie tradizionali dell’Occidente – ma un bipolarismo tra il Nord e il Sud, venuto amaramente alla ribalta proprio alla vigilia del centocinquantenario dell’unità d’Italia.
A questo punto è chiaro che molto dipenderà d’ora in poi da Silvio Berlusconi, cioè dalla capacità del premier di gestire, nei prossimi tre anni in cui non sono programmate elezioni parlamentari, una politica "nazionale" nel senso pieno del termine, cioè nel rispetto degli interessi di tutte le parti del Paese.
Berlusconi sa benissimo che molto dipende da lui, e lo ha dimostrato proprio con il modo in cui ha condotto una campagna elettorale che formalmente non lo chiamava in causa di persona: nei numerosi interventi, sulle piazze e nei salotti televisivi (nei quali ha rifiutato il confronto diretto con il capo dell’opposizione) si è guardato bene dall’affrontare i problemi delle singole Regioni e comunque quelli che sono in prima fila nelle preoccupazioni dei cittadini, ma ha attirato ancora una volta l’attenzione sulle sue vicende personali, il suo conflitto con la magistratura, le sue volontà e i suoi obiettivi di riforme istituzionali, e in fin dei conti ha contato come sempre sul suo carisma individuale, davvero invidiabile e unico al mondo (almeno quello mediatico).
Ma non si deve dimenticare (e certamente non lo dimenticherà nemmeno lui) che il suo partito, il Popolo della libertà, non solo è oggi lontano dalla maggioranza nel Paese (e anche soltanto dal 40 per cento, e va inoltre tenuto conto che più di un italiano su tre domenica e lunedì non è andato alle urne), ma è insidiato da vicino dall’alleato Carroccio, in continua espansione sul territorio, e per di più in larga parte del Meridione deve fare i conti con una possibile resistenza antileghista.