In un tempo del quale non si ricordano in tutta la storia della Repubblica altri esempi di pressoché totale disistima della politica – anche grazie a indiscutibili e inaccettabili connessioni fra vita pubblica e vita privata – può sembrare strano che ci si occupi di un singolo partito, che sta mettendo in discussione la propria leadership con una serie di passaggi richiesti dal proprio statuto, ma difficilmente comprensibili da parte di un’opinione pubblica su cui incombono problemi di ben altra natura e difficoltà di soluzione.
Il partito in questione è il Pd. Domenica 11 ottobre si svolge la Convenzione destinata a stabilire chi siano i candidati alla segreteria nazionale, soggetta alle primarie del 25 ottobre. I membri della Convenzione sono stati scelti attraverso le votazioni provinciali degli iscritti al partito sulle tre mozioni in lizza: quella di Bersani ha avuto il 56,49 per cento delle preferenze, quella dell’attuale segretario Franceschini il 35,85 e quella dell’outsider Marino il 7,66.
Se la Convenzione approverà queste scelte, i tre candidati si presenteranno alle urne delle "primarie" in cui potranno votare tutti i cittadini, iscritti o non iscritti al Pd, che si riconoscono o simpatizzano per questa formazione politica. I commentatori più ottimisti immaginano che saranno due milioni, i più pessimisti si fermano intorno al milione e mezzo.
Se nessuno dei tre candidati otterrà dalle primarie più del 50,1 per cento dei consensi, si arriverà al ballottaggio fra i due più votati: in questi casi sarà determinante la scelta che proporrà ai suoi elettori il terzo escluso (che può essere il chirurgo Marino).
A questo punto si entra nelle caratteristiche e nelle storie politiche personali dei tre candidati. Bersani viene dalle file dell’antico Pci, più precisamente quello fortemente insediato nella Regione Emilia-Romagna. Franceschini viene dall’antica Dc, passando poi attraverso l’Ulivo prodiano e la Margherita rutelliana. Marino si caratterizza personalmente come un "cattolico adulto" – come dimostrano le sue posizioni su alcuni temi "etici" autorevolmente sottolineati dalla Chiesa – e finora estraneo alla politica ma fortemente impegnato, come ha scritto recentemente sul Sole 24 Ore, verso «un’economia più giusta, sulla base di un pensiero liberale, protettivo e incoraggiante, dalla parte delle persone che lavorano e che fanno impresa».
In un incontro svoltosi a Torino fra deputati e notabili "ex popolari" proprio il giorno (venerdì 2 ottobre) della peggiore prestazione del gruppo Pd alla Camera (una ventina di assenti al voto sullo "scudo fiscale" hanno evitato la caduta del Governo, vittima a sua volta dei suoi banchi scarsamente affollati) si è osservato che se nella vecchia Dc abbondavano le correnti, ma c’era un’anima sola (in sintesi, la dottrina sociale cristiana), nell’attuale Pd le correnti sono solo tre, ma ci sono due anime. E la conciliazione finale, nei due casi, si presenta ben diversamente possibile.
In particolare, oggi è in gioco il cosiddetto voto cattolico, che secondo autorevoli sondaggisti si è diviso in una dozzina di anni, arrivando alle ultime elezioni europee a queste percentuali: il 40 per cento si è astenuto dal voto, il 40 per cento ha votato per il centrodestra, il 20 per cento per il Pd. Cosa sarà successo in queste ultime settimane di contestazione etica e giudiziaria antiberlusconiana (non si dimentichino i possibili effetti del "caso Boffo" in casa cattolica) nessuno può dirlo. Vedremo alle regionali della prossima primavera.