Da Famiglia Cristiana n° 44
dell'1.11.2009
SERVIZI DUREVOLI NEL TEMPO PER COMBATTERE LA POVERTÀ IN ITALIA
NON BASTA IL BUON CUORE
È UNA QUESTIONE DI GIUSTIZIA
Da trent’anni in
Italia i poveri sono sempre 8 milioni e non calano, anche se il benessere del
Paese è cresciuto.
Indietro sono rimaste soprattutto le famiglie con figli.
È un errore l’elogio del posto fisso fatto da Tremonti o l’annullamento dell’Irap, la tassa più odiosa che ci sia almeno per gli imprenditori italiani? Non è questa la sede per discuterne. Partiamo da qui solo per dire che il Paese non ha affatto superato la crisi economica, anche se nessuno vuole ammetterlo. Sono ancora tantissime le incognite e poche le certezze. Mentre dalla politica non arrivano risposte soddisfacenti, si fa sempre più urgente bloccare la povertà crescente di tanti cittadini.
La crisi sta colpendo la famiglia al cuore delle spese essenziali, come l’affitto e le bollette della luce. Aumentano i tagli e gli sfratti per morosità, l’80 per cento delle famiglie paga le spese condominiali con almeno quattro mesi di ritardo, e non sempre ci sono i soldi per pagare la mensa scolastica per i figli.
Ha ragione la Caritas che, nell’ultimo Rapporto sulla povertà, descrive la famiglia italiana in una salita faticosa verso la vetta del fine mese. Si dice che i soldi non bastano. Ma anche quelli che ci sono, si spendono male.
Prendiamo, ad esempio, il "totem" degli assegni familiari. Il gruzzolo ammonta a 6 miliardi e mezzo di euro. Cifra ragguardevole. Ma si traduce in 10 euro al mese a beneficiario. Servirà a poco. Sono stati aumentati i trasferimenti monetari, sotto forma di social card, bonus vari, abolizione dell’Ici, ma i consumi non sono ripartiti, sono serviti solo a tamponare una falla.
In altri Paesi europei, come la Germania, si è intervenuti con determinazione sulla salvaguardia dei posti di lavoro, via maestra per contrastare disagio e nuove povertà. Da noi prevale la logica degli ammortizzatori sociali. Ovvero, quella dei trasferimenti monetari, che non valorizzano le risorse. Per ogni euro speso in strutture, 12 se ne vanno in contributi vari, che non hanno alcun peso nella lotta effettiva alla povertà. I piccoli benefìci economici sono un palliativo, non la soluzione dei problemi.
Bisognerebbe fare come per la Sanità: a ognuno di noi spettano 1.600 euro all’anno, ma lo Stato e le Regioni ce li danno in servizi, che valgono dieci volte tanto, creando anche occupazione. Perché non facciamo la stessa cosa per altri servizi, che siano durevoli nel tempo, come asili nido, scuole, attività sociali per gli anziani, posti di lavoro pubblici e privati, che non siano segnati dal precariato? La lotta alla povertà migliora non solo il conto economico, ma anche la qualità di vita di un Paese.
Ma dei poveri poco si interessa l’Italia. Nessun Governo, di destra o sinistra (anche in altri tempi di maggior floridezza), ha mai scelto di spendere per servizi alle persone e alle famiglie.
La lotta alla povertà non è mai stata una priorità. Semmai si sono combattuti i poveri, che sono un fastidio per tutti: per i ricchi, per il Governo e anche per l’opposizione. Si lascia che a occuparsene siano il volontariato e la Chiesa.
Il tema delle "famiglie in salita" (la cui povertà cresce con l’aumento dei figli) non è cosa da affidare al buon cuore dello Stato, ma questione di giustizia sociale, ancora latitante in Parlamento, ma anche nelle Regioni, nelle Province e nei Comuni. Eppure, abbiamo deciso di avviarci verso il federalismo, con il quale i Comuni dovrebbero dare risposte più dirette ai bisogni della gente.
Ma non accade. La politica, a ogni livello, s’occupa d’altro: modifica le panchine per impedire ai barboni di sdraiarsi, dà la caccia ai lavavetri. Oppure s’illude che basti cambiare il colore dei calzini perché il nuovo avanzi.