Da Famiglia Cristiana n° 44
dell'1.11.2009
PERSONAGGI
CHI SONO I
RAGAZZI DELLA LOCRIDE?
Ce lo spiega, nel
suo nuovo noir, lo scrittore calabrese Gioacchino Criaco. Oltre gli stereotipi.
Luciano Scalettari
L’intrigo comincia subito. Due pagine, non di più, e avviene il primo omicidio. Niente preamboli. Zefira, il secondo romanzo noir di Gioacchino Criaco, parte a ritmo serrato e non lascia tregua. Dopo il successo di Anime nere, lo scrittore calabrese si presenta con un secondo giallo ambientato nuovamente nella sua Calabria.
Stesso narrare secco, nervoso, tinteggiato a rapide pennellate. Ancora una storia che cattura e che invita a correre lungo il filo di avvenimenti incalzanti, quasi permettendo al lettore di sorvolare sul resto, ossia su Zefira, il paese calabro, i suoi ritmi, la sua rigida gerarchia sociale, la sua vita quotidiana così sonnacchiosa se non vi fosse accaduto il fattaccio.
Arriva il commissario
Criaco sembra raccontare di delitti e di indagini, ma in Zefira, com’era anche in Anime nere, la scena conta tanto quanto i protagonisti che vi si muovono. Perché pagina dopo pagina emerge un pezzo di Calabria, e vi si narra una realtà misconosciuta, quella dei "ragazzi della Locride", come li chiama l’autore. «La mattina, quando passeggio in paese o vado a bere il caffè al bar, è quella la Calabria che respiro», dice.
Lui vive ad Africo, nel paese simbolo dell’Aspromonte. I ragazzi della Locride li conosce da quand’è nato. E se narra del killer che entra nella stanza e vuota il caricatore in faccia alla vittima, parla di realtà che conosce da vicino. «Della mia terra si parla sempre per stereotipi: la ’ndrangheta, la povertà, una terra bella e maledetta... Credo si possa andare oltre. C’è bisogno che i calabresi scrivano di Calabria, perché quegli stereotipi, nella nostra realtà, non tengono».
Così, in Zefira, nel ruolo di protagonista Criaco mette un commissario di polizia milanese, giunto da pochi mesi dalla metropoli del Nord. Un commissario sveglio che, analizzata la situazione, ritiene presto di essersi fatto un’idea chiara della realtà in cui si trova. Uno stratagemma efficace, dal punto di vista narrativo, perché l’investigatore si troverà a vivere un progressivo straniamento, dove ciò che sembrava chiaro diventa confuso e l’evidenza delle cose sbiadirà fino a perdere contorni e distinzioni. «La chiave di lettura di Zefira è l’inganno. Niente è come sembra», spiega l’autore. «Il commissario lentamente riuscirà a capire molte cose, ma vi riuscirà solo dopo un passaggio fondamentale: tagliare il cordone ombelicale con Milano, scegliere la Calabria come il suo nuovo mondo».
La divisione fra buoni e cattivi è una linea di confine molto incerta. E Criaco sceglie di confondere quel confine semplicemente raccontando storie e volti di quelli che secondo lo stereotipo sono solo i cattivi. «Oltre il noir», sottolinea Criaco, «c’è un altro piano di lettura, che cerca di far vedere l’immobilismo millenario che caratterizza quella società. È un mondo dove si ereditano le professioni, il ruolo sociale, la propria "casella". Quel sistema ha interesse ad autoconservarsi, e dice ai ragazzi della Locride che il loro destino è puzzare di capra facendo i pastori. O sulla strada».
C’era una volta Africo
Africo è fuori posto. Oggi è sul mare, ma un tempo era arroccato sull’Aspromonte. Un’alluvione, nel 1951, ha spazzato via il vecchio paese. Ricostruito altrove. «Perciò», commenta Criaco, «le mie radici, come quelle di tutti noi, non sono qui, ma nella montagna». Una quasi-esistenza, quella di Africo, che i suoi abitanti sentono profondamente. Criaco racconta un episodio: quando andavano a scuola, in treno, tutti i giorni all’altezza di Africo qualcuno tirava il freno d’emergenza. «La fermata ad Africo non c’era. Il treno sostava subito prima e subito dopo. Noi volevamo ribadire con quella tirata di freno che esistevamo. Che Africo c’era. Come i ragazzi della Locride».