Da «Famiglia Cristiana» n. 44 del 2.11.2008

UN AUTUNNO SEMPRE PIÙ CALDO, CON MILIONI DI POSTI A RISCHIO

LA CRISI DIVIDE I SINDACATI
E PENALIZZA I LAVORATORI


Il sindacato mostra al suo interno spaccature significative.

 

Le avvisaglie d’un nuovo autunno caldo si moltiplicano di giorno in giorno e si diffondono in un’opinione pubblica in cui sembrano non aver più alcun peso le antiche appartenenze politiche, che servivano almeno da catalizzatori di consenso e da costruttori di trincee di difesa democratica dei diritti. I partiti dell’opposizione, privati dalla legge elettorale di una efficace presenza in Parlamento, appaiono tal-volta davvero "inesistenti".

Lo stesso sindacato mostra al suo interno spaccature significative, poco comprensibili in un momento di grave crisi economico-finanziaria con riflessi già visibili sulla produzione industriale e sull’occupazione.

Da sinistra: Raffaele Bonanni segretario generale della Cisl, Guglielmo Epifani della Cgil, Renata Polverini della Ugl e Luigi Angeletti della Uil (foto Ansa).
Da sinistra: Raffaele Bonanni segretario generale della Cisl, Guglielmo Epifani della Cgil, Renata Polverini della Ugl e Luigi Angeletti della Uil (foto Ansa).

Un solo esempio: la Fiom, con il pieno consenso della Cgil, proclama per il 12 dicembre uno sciopero generale dei metalmeccanici, mentre a Torino si annuncia la chiusura della fabbrica locale della Michelin (600 dipendenti) e si teme per il futuro della Pininfarina, in piena crisi della Bertone. Sta per chiudere anche lo stabilimento d’avanguardia della Motorola: 300 ricercatori dell’informatica a spasso. A cosa servirà quello sciopero?

Fiom e Cgil rispondono che si tratterà di una protesta generalizzata contro la strategia economica del Governo e della Confindustria, in particolare sulla riforma dei contratti di lavoro, non sgradita alle altre confederazioni.

La questione è enorme, e si è manifestata anche nelle proteste e nello sciopero della scuola il 30 ottobre, o nella vertenza per il passaggio dalla vecchia alla nuova Alitalia: ed è la questione della tutela delle persone che perdono, temporaneamente o per sempre, il posto di lavoro. In termini tecnici, la cassa integrazione e il sussidio per i periodi necessari alla ricerca e alla preparazione per nuove occupazioni.

In un anno, da settembre 2007 a settembre 2008, quando non era ancora scoppiata la crisi delle banche e delle Borse, la richiesta di cassa integrazione è cresciuta del 68 per cento; ma naturalmente dal conto restano esclusi molti contrattisti a tempo deter-minato. Secondo Giuliano Amato è a rischio un milione di posti di lavoro, mentre secondo i calcoli dell’economista Pietro Garibaldi sono quattro milioni i precari, per i quali non esistono tutele di sorta in caso di disoccupazione. È uno dei motivi che hanno provocato la protesta contro il decreto legge Gelmini: con l’introduzione del maestro unico nelle elementari e la riduzione dell’orario di lezione nelle medie e nelle superiori, sono in pericolo nei prossimi tre anni 87 mila insegnanti e 47 mila impiegati amministrativi, tecnici e ausiliari. Ai quali vanno aggiunti i precari, di cui sarà bloccata nel prossimo anno la stabilizzazione nel pubblico impiego.

I contestatori del movimento di protesta scolastico – naturalmente non parliamo degli squadristi "tricolori" di piazza Navona – si rifiutano di considerare la riforma della pubblica istruzione soltanto come una questione di posti di lavoro; e insistono sugli "sprechi" e, per quanto riguarda l’università, su un sistema di selezione dei docenti spesso non sostenuto dal merito, ma dai privilegi di un "baronato" a carattere familiare e clientelare.

Ma generalizzare a tutela di particolari interessi o in difesa di una politica indifferente sul futuro delle nuove generazioni non serve a risolvere i problemi. Con cadute nell’assurdo: tagliare di un quarto i contributi di Stato agli istituti privati significa condannarne molti alla scomparsa, riversando così sulla finanza pubblica i costi totali dell’istruzione di migliaia di ragazzi.