Processo breve: non voteremo quel testo. Al Paese non serve un’amnistia
Non
entriamo in un governo dove l’unico che conta è
Tremonti
L’intervista a Pier Ferdinando Casini
su Il Corriere della Sera di Aldo
Cazzullo
L’intervista a Pier Ferdinando Casini su Il Corriere della Sera di Aldo Cazzullo
«Dove eravamo rimasti? Al predellino, quando ci venne spiegato che i moderati fuori dal Pdl non avrebbero avuto diritto di cittadinanza? Al bipartitismo, quando Veltroni e Berlusconi ci additarono come sbocco della transizione italiana la terra promessa di due partiti unici? Invece tutto è andato nella direzione da noi denunciata. Il goffo tentativo di ridurre la politica italiana al bipartitismo ha posto sul piedistallo due grandi vincitori: non il Pd e il Pdl, ma Di Pietro e la Lega».
Presidente Casini, è
la sua estate. Tutti la cercano. Berlusconi la
voleva al governo. Bersani la vuole nell’Alleanza
democratica.
«È l’estate in cui si tocca con mano quel che
diciamo da tempo: la Lega è diventata l’arbitro
della politica italiana. Per fortuna Berlusconi ha
impedito le elezioni anticipate, e ha fatto bene. Il
voto in autunno sarebbe stato non solo un’ammissione
di responsabilità da parte del Pdl, costretto a
interrompere la legislatura dopo due anni come
Prodi, nonostante i cento deputati di maggioranza.
Berlusconi ha capito che sarebbe stato la vittima
designata. Avrebbe trainato la coalizione alla
vittoria alla Camera, impallando il Senato. A quel
punto la Lega e una parte della sinistra avrebbero
fatto nascere il governo Tremonti».
Tutto questo non
toglie che prima o poi lei dovrà scegliere in quale
alleanza entrare.
«Tutto questo dimostra che la gente comincia a
riflettere sulle nostre idee, a lungo considerate
minoritarie. È sempre brutto far la parte di chi
l’aveva detto. Eppure è proprio così: noi l’avevamo
detto. Due anni fa, abbiamo preso i nostri stracci e
abbiamo condotto una corsa disperata, fuori dal Pdl.
Ora ci chiedono di entrare al governo? Ma in questo
governo l’unico che conta è Tremonti. C’è un
problema di squilibrio istituzionale, con il
ministero dell’Economia che ha inglobato cinque o
sei ministeri della Prima Repubblica, da ultimo le
Attività produttive, ormai ridotte a un simulacro. E
c’è un problema di squilibrio politico: Tremonti è
il garante della Lega al governo».
È proprio quel
«simulacro di ministero» che vi ha offerto
Berlusconi.
«Al governo non si va per soddisfare vanità. Grazie
a Dio, le mie vanità me le sono tolte tutte, e
continuo a soddisfarle. Al governo si va per
incidere politicamente. E oggi ci sarebbe consentita
solo la parte del parente povero. Aggiungere un
posto a tavola non servirebbe né a chi lo mette, né
a chi lo riceve».
Ma è Bossi che non vi
vuole. Dice che state in mezzo per intercettare le
poltrone.
«Bossi ha passato l’estate a insultarmi. Io
preferisco replicare con i ragionamenti. È vero il
contrario. Noi, alla faccia della “logica
democristiana”, siamo l’unico partito
all’opposizione da due legislature. Prima con Prodi,
ora con Berlusconi. Il partito della nazione non
nasce per aggiungersi agli uni o agli altri. Nasce
ponendo una domanda: è possibile essere protagonisti
in politica nel nome della dignità e della
responsabilità? Perché Fioroni e Pisanu devono stare
in due partiti diversi? Quale linea, quali valori,
quale programma li divide, se non l’idea che
alimentano gli uni e gli altri alternativamente per
cui da una parte c’è il regno del bene e dall’altra
il regno del male? Il partito della nazione nasce
perché l’Italia si sta disgregando. E in un Paese
disgregato le grandi scelte di modernizzazione non
si fanno, perché costano. Prendiamo il nucleare. Noi
siamo favorevoli. Ma com’è possibile pensare di
poterlo fare senza un accordo bipartisan? Che
succede se tra qualche anno c’è una nuova
maggioranza a cui il nucleare non sta bene? Si torna
indietro? Questi sono temi su cui non si può
scherzare».
Per un accordo vasto
ci vorrebbe un nuovo governo.
«Il governo di responsabilità nazionale che noi
abbiamo evocato non è il governo di tutti contro
Berlusconi e Lega. Non è la vendetta contro chi ha
vinto le elezioni. Ma non è nemmeno il governo di
prima, con Casini al posto di Fini. Sarebbe
umiliante. Vedo che provano a blandirci sbandierando
i valori, l’identità cristiana. Ma a noi non
interessa questo esibizionismo valoriale, usato o
per compiacere le gerarchie ecclesiastiche o per
innestarvi sopra operazioni politiche. Noi
difendiamo i valori, e proprio per questo non ci
piace il mercimonio».
A cosa si riferisce?
«Vedo che i temi della bioetica vengono affrontati a
volte con una logica emergenziale, come nel caso di
Eluana, in cui si voleva fare una legge in 24 ore, e
poi vengono trascurati per mesi, per poi essere
rispolverati strumentalmente al fine di costruire
un’alleanza politica. Ma sui temi etici non si
costruiscono né alleanze, né steccati».
Ma lei con chi lo vuol
fare il partito della nazione?
«Il partito della nazione è un processo. Non ho la
bacchetta magica, non fondo partiti a tavolino come
Berlusconi. È chiaro che ci sono interlocutori
naturali, come Rutelli. Spero poi che dalla società
civile qualcosa si muova. Ma non entro nel gossip
dei nomi. Anche perché molti esponenti della società
civile vorrebbero entrare in campo a partita finita,
quando si gusta la vittoria. Se si votasse domani
mattina, questo partito avrebbe la necessità di
candidarsi autonomamente; e allora tanti entusiasmi
si appannerebbero. Cesa ha detto: noi azzeriamo
l’Udc. Io dico: leviamo il mio nome dal simbolo,
facciamo un grande concorso di idee per un simbolo
nuovo. Più di così, cosa dobbiamo fare? Saranno i
fatti a far maturare il resto».
Per Fini ci sarebbe
spazio?
«Come presidente della Camera, Fini si sta
comportando bene. Sul suo futuro politico, deve
decidere lui. Non è in stato di minorità. Per ora,
non si capisce se i finiani rientrano nel Pdl o
fanno un partito. Senza sapere queste cose, come
faccio a fare una proposta a Fini? Deve dire lui
quel che vuol fare, agli italiani prima che a me.
Certo, oggi vengono a galla le contraddizioni
iniziali di un progetto politico in cui molti si
sono fatti imbarcare senza crederci fino in fondo.
Però sapevamo tutti com’è Berlusconi…».
Com’è Berlusconi?
«Io ho un rapporto di simpatia con lui. Tutto si può
dire salvo che sia uno che non è scoperto nelle sue
modalità politiche. E il modo in cui ha fatto il Pdl
era indicativo di come l’avrebbe guidato.
Paradossalmente, è più facile trattare con
Berlusconi dall’esterno, come fa Bossi, che non
nello stesso partito. Infatti non c’è giorno che non
manifestino il loro disagio Rotondi e altri ex dc,
che per mesi mi hanno svillaneggiato spiegandomi che
fuori dal Pdl sarei stato irrilevante».
Ma lei potrebbe mai
tornare con Berlusconi?
«C’è un doppio Berlusconi. C’è quello che a inizio
legislatura pronuncia un discorso che valorizza il
ruolo dell’opposizione, e concorre con il
centrosinistra e con i togati a eleggere Vietti al
Csm. E c’è il Berlusconi vittima del delirio di
autosufficienza. Per fortuna ora ha capito la
manovra di aggiramento che era in corso contro di
lui. Maroni ha parlato di un’operazione per far
fuori Berlusconi. Ha ragione, ma non erano certo Di
Pietro e Bersani i manovratori; e Maroni dovrebbe
saperne qualcosa di più di quel che fa finta di non
sapere. Se a Berlusconi è servito brandire lo
spauracchio dell’Udc per evitare la congiura, mi fa
piacere per lui. Ma non basta dire che siamo insieme
nel Ppe per fare un’alleanza. Il giorno in cui
Berlusconi andasse alle urne, finita la legislatura,
su percorso di decoro politico-istituzionale, si può
discutere con lui. Ma se Berlusconi andasse al voto
anticipato lanciando un appello al superamento della
Costituzione, guidando una coalizione in cui conta
solo la Lega e gli altri fanno tappezzeria, gridando
contro i poteri forti, il capo dello Stato, la
magistratura e la Corte costituzionale, è ovvio che
noi non potremmo mai starci».
E il processo breve,
glielo votate?
«Com’è uscito dal Senato, no. Noi siamo stati il
partito che più di ogni altro si è fatto carico
della specificità del ruolo di Berlusconi come
presidente del Consiglio. Il legittimo impedimento
l’abbiamo costruito noi, perché ci pareva importante
far finire la stagione in cui Berlusconi e la
magistratura erano avvolti in una contesa ormai
patologica. Se vogliamo pensare a una tutela per le
alte cariche, siamo disponibili. Ma cancellare
centinaia di processi per farne finire uno o due
sarebbe una follia. Di tutto il Paese sente il
bisogno, tranne che di un’amnistia».
