Da Famiglia Cristiana n. 46 del 16 novembre 2008
IL VANGELO DELLA COMUNITÀ
Nostro Signore re dell’universo (anno A) - 23 novembre 2008
di Enzo Bianchi
GIUDICATI SULL'AMORE
Matteo (25,31-46)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con
lui, siederà sul trono della sua gloria. [...] Allora il re dirà a quelli
che saranno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in
eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho
avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da
bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi
avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi ».
Nell’ultima domenica dell’anno liturgico ascoltiamo il discorso escatologico nel Vangelo di Matteo. È un brano straordinario, che sintetizza in modo semplice la singolarità cristiana, ponendo con chiarezza ogni discepolo di Cristo di fronte alla propria concreta responsabilità verso i fratelli.
«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria... saranno riunite davanti a lui tutte le genti». Gesù parla di sé alla terza persona quale Figlio dell’uomo, ossia quella figura di Giudice escatologico che alla fine della storia verrà per stabilire la giustizia di Dio. La sua regalità consiste nel compiere quel giudizio che è una misura di giustizia verso tutti coloro che sono stati vittime; in questo modo Gesù porterà a compimento ciò che ha iniziato durante il suo passare tra gli uomini facendo il bene. Il giudizio è necessario affinché la storia abbia un senso e tutte le nostre azioni trovino la loro oggettiva verità davanti al Dio che «ama giustizia e diritto». Il Figlio dell’uomo «separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri». Questo giudizio, che è a un tempo universale e personale, non avviene al termine di un processo: qui viene solo presentata la sentenza, perché tutta la nostra vita è il luogo di un «processo» particolarissimo.
Ed è per risvegliare in noi questa consapevolezza che Gesù descrive il duplice dialogo simmetrico tra il re/Figlio dell’uomo e quanti si trovano rispettivamente alla sua destra e alla sua sinistra. Ai primi, definiti «benedetti del Padre», il re dona in eredità il Regno: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, in carcere e siete venuti a trovarmi». Per non aver fatto questo agli altri è invece riservata una sorte opposta.
Il metro di questa separazione non è costituito da questioni morali o teologiche: la salvezza dipende dall’aver o meno servito i fratelli e le sorelle, dalle relazioni di comunione con quanti abbiamo incontrato sul nostro cammino. E ciò che colpisce è lo stupore di coloro cui il Figlio dell’uomo si rivolge: «Quando ti abbiamo visto affamato… e ti abbiamo (o non ti abbiamo) servito?», cui segue la risposta decisiva: «Amen, io vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Sì, il povero che manca del necessario per vivere con dignità è «sacramento» di Cristo, perché con lui Cristo stesso ha voluto identificarsi: chi serve il bisognoso serve Cristo, lo sappia o meno.
Di più, per noi cristiani i poveri sono «sacramento del peccato del mondo» (Giovanni Moioli). Quando, infatti, vediamo una persona oppressa dalla povertà, dovremmo saper interpretare questa situazione come il frutto dell’ingiustizia di cui anche noi siamo responsabili.
Da tale presa di coscienza scaturirà poi la disponibilità a farci prossimi a chi soffre per lottare contro il bisogno che lo angustia; e quando avremo operato per eliminare il bisogno, ecco che il povero diventa per noi sacramento di Cristo, anche se forse lo scopriremo alla fine dei tempi. Nell’ultimo giorno tutti, cristiani e non, saremo giudicati sull’amore, e non ci sarà chiesto se non di rendere conto del servizio amoroso che avremo praticato, soprattutto verso i più bisognosi. Il giudizio svelerà la verità del nostro vivere o meno l’amore qui e ora.