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Da Famiglia Cristiana n. 16 del 19 aprile 2009
IL VANGELO DELLA COMUNITÀ LA PACE CHE CI SALVERÀ In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto (Gesù) nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». «Mostrò loro le mani e i piedi» (Lc 24,40). Il martirio è impresso sul corpo del Risorto. Il Cristo ritornato dai morti rende visibile il suo passato, mostra le mani e i piedi trafitti, la croce è ancora lì, stampata sul suo corpo. L’agnello è stato immolato per la salvezza di tutti. Il dolore vinto non è dimenticato, perché solo un dolore che rimane dolore è capace di consegnare alla storia non l’oblio del male ma la sua trasformazione. Il primo dono dopo la Pasqua è la consegna della pace. La paura del cenacolo chiuso, il passato di un tradimento consumato, si apre alla novità di una parola che riconcilia: «Pace a voi!» (Lc 24,36). Non vince, dunque, la condanna per la fuga dalla croce, ma la carezza della pace. La risurrezione di Cristo, la vittoria sulla morte, lega la parola della vita alla conquista della pace. L’incontro inaudito con il Vincitore è incontro con la sua parola di pace. Ora il comandamento nuovo è perfettamente chiaro: «Amatevi come io vi ho amato!» (Gv 13,34). Dirà Giovanni: «Chi dice "lo conosco" e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità» (1Gv 2,4). Credere nel Risorto è lottare per la pace definitiva, farsi carico di un annuncio che liberando il mondo dal peccato lo ristrutturi come sentiero luminoso di pace. Difficile in tempo di guerre gridare che solo la pace salverà il mondo, difficile in giorni di contrapposizioni violente sostenere che la pace è l’unica alternativa possibile a chi si riconosce uomo. Senza pace non c’è novità di vita, non è possibile annunciare la risurrezione e chi dice "credo" ma non lotta per la riconciliazione tra gli uomini è menzognero. Gridare la pace, tuttavia, non è dimenticare il torto subìto, non è cancellare le ferite del passato. Pensare che chi fa pace non conservi memoria è credere di poter cancellare dal corpo del Risorto le insegne del martirio. Pace è riconsiderare la storia, purificarla dall’affronto, dalla contrapposizione violenta. Pace è purificare la memoria dal torto subìto trasformando il male ricevuto in opportunità, in dono, in forza contrattuale per superare l’odio, per ritrovare fratelli perduti e ristrutturare frontiere, per unire e non per dividere. La pace è l’unica alternativa data a chi in forza della Parola ritrova la parola condivisa e se la prima sfida del Risorto è la pace, la sua comunità si porrà tra gli uomini come testimonianza di pace. Per gridare la pace bisogna avere la verità come strumento per realizzarla: la verità comporta, nel coraggio della denuncia per il male subìto, la speranza che sia redento. Pace non è rassegnazione al nemico, non è vile abbandono della battaglia ma un combattimento che si ingaggia con diversa arma. L’amore è più forte dell’odio, il perdono è la vittoria più grande sull’offesa. La pace nasce dalla consapevolezza che il primo nemico dell’uomo è la sua ignoranza: «Voi avete agito per ignoranza» (At 3,17). Il dono della pace generata dalla risurrezione di Gesù è nuova creazione, soffio di vita sulle miserie umane. Non solo libera colui che ha provocato la guerra ma colui che la subisce, non solo scioglie il colpevole dalla battaglia ma rende la vittima consapevole della sua forza. Se c’è più gioia nel dare che nel ricevere, la pace è il campo fertile da coltivare. «Il mondo non ci conosce perché non ha conosciuto lui» (1Gv 3,1), se conosce Cristo conoscerà la pace, se conoscerà la pace finalmente lo incontrerà. Dare ragione della nostra speranza, allora, è annunciare un mondo pacificato: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). |