IL VANGELO DELLA COMUNITÀ - RITO AMBROSIANO

28 Dicembre 2008 
(IV giorno dell'ottava di Natale)

(Da Famiglia Cristiana n° 51 del 21 dicembre 2008)
a cura di Alberto Fusi

SANTI INNOCENTI MARTIRI

 

1.     La festa dei Santi Innocenti

La genuina tradizione liturgica della nostra Chiesa Ambrosiana non contempla feste dei Santi in giorno di Domenica. L’unica eccezione è rappresentata dalla festa di S. Stefano (26 Dicembre), di S. Giovanni apostolo ed evangelista, (27 Dicembre) e, appunto, quella odierna dei Santi Innocenti perché ritenute intessute di temi “natalizi” come si può riscontrare nei testi biblici del Lezionario:  Lettura: Geremia 31, 15-18.20; Salmo 123; Epistola: Lettera ai Romani 8,14-21; Vangelo: Matteo 2, 13b-18;e nei testi del Messale. Nella messa vigiliare del sabato sera viene proclamato, all’inizio della celebrazione, il Vangelo della Resurrezione secondo Giovanni (20, 12-29).
  

2.     Vangelo secondo Matteo 2, 23b-18

In quel tempo. 13 Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Alzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo».

14 Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, 15 dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall’Egitto ho chiamato mio figlio

16 Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. 17 Allora si compì ciò che era  stato detto per mezzo del profeta Geremia:

18 Un grido è stato udito in Rama,
un pianto e un lamento grande:
Rachele rimpiange i suoi figli
E non vuole essere consolata,
perché non ci sono più.

  

3.     Commento liturgico – pastorale

Il brano evangelico appena letto appartiene al racconto della natività del Signore, considerata come “manifestazione” a tutte le genti, rappresentate dai Magi, del suo essere Figlio di Dio venuto nel mondo. Esso riguarda, nella sua prima parte (versetti 13-15), la fuga e il ritorno dall’Egitto del Bambino Gesù, di Giuseppe e Maria.  La citazione biblica «dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Osea 11, 1) colloca questo avvenimento “storico” nella prospettiva più ampia della “storia della salvezza” che vede nell’Egitto il luogo di rifugio per i perseguitati, ma anche il luogo della schiavitù e della soggezione ad un potere tirannico da cui Dio ha liberato il suo “figlio” ovvero il suo popolo Israele, per il quale nutre un sentimento d’amore da Lui stesso confessato per bocca del Profeta: «il mio cuore si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza» (Lettura). Parole che illuminano la terribile vicenda dell’uccisione, da parte di Erode, dei Bambini di Betlemme (versetti 16-18), commentata dalla citazione profetica del “lamento di Rachele” per i suoi figli che “non sono più” (v. 18) e, da integrare perciò,con l’invito a “trattenere il pianto” e gli occhi dalle lacrime perché “c’è una speranza per la tua discendenza” (Lettura). Dio, infatti, guarda con “cuore commosso” e con “profonda tenerezza” al suo Figlio che racchiude in sé il futuro “popolo” dei figli e la cui giovane esistenza terrena è insidiata, da subito, dalla violenza e dalla morte. Con gli stessi sentimenti guarda ai bambini di Betlemme uccisi dal potere mondano minacciato e, in essi, alla innumerevole schiera di “Innocenti” di ogni tempo e di ogni dove che, mai come oggi, vengono messi a morte, sfigurati, sfruttati, umiliati. Essi, pur essendo “inconsapevoli”, sono autentici “martiri” danno cioè una veritiera “testimonianza” al superiore disegno della “tenerezza” di Dio che fa partecipi della ”gloria” e della “eredità” del suo Figlio, “Agnello senza macchia”, coloro che ne assumono, comunque, le sofferenze e la figura. Dalla mensa dell’Agnello venga per noi la grazia propria del Natale: “figli di Dio nel suo Figlio Gesù”. La grazia di poterci rivolgere a Lui nella “sofferenza” e nella “gloria” come al nostro Abbà, al nostro Papà. (cfr Epistola).