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IL VANGELO DELLA COMUNITÀ - RITO
AMBROSIANO SANTI INNOCENTI MARTIRI
La genuina tradizione liturgica della
nostra Chiesa Ambrosiana non contempla feste dei Santi in giorno
di Domenica. L’unica eccezione è rappresentata dalla festa di S.
Stefano (26 Dicembre), di S. Giovanni apostolo ed evangelista,
(27 Dicembre) e, appunto, quella odierna dei Santi Innocenti
perché ritenute intessute di temi “natalizi” come si può
riscontrare nei testi biblici del Lezionario: Lettura:
Geremia 31, 15-18.20; Salmo 123; Epistola: Lettera
ai Romani 8,14-21; Vangelo: Matteo 2, 13b-18;e nei testi
del Messale. Nella messa vigiliare del sabato sera viene
proclamato, all’inizio della celebrazione, il Vangelo
della Resurrezione secondo Giovanni (20, 12-29). 2. Vangelo secondo Matteo 2, 23b-18
3. Commento liturgico – pastorale Il brano evangelico appena letto
appartiene al racconto della natività del Signore, considerata
come “manifestazione” a tutte le genti, rappresentate dai Magi,
del suo essere Figlio di Dio venuto nel mondo. Esso riguarda,
nella sua prima parte (versetti 13-15), la fuga e il ritorno
dall’Egitto del Bambino Gesù, di Giuseppe e Maria. La citazione
biblica «dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Osea 11, 1)
colloca questo avvenimento “storico” nella prospettiva più ampia
della “storia della salvezza” che vede nell’Egitto il luogo di
rifugio per i perseguitati, ma anche il luogo della schiavitù e
della soggezione ad un potere tirannico da cui Dio ha liberato
il suo “figlio” ovvero il suo popolo Israele, per il quale nutre
un sentimento d’amore da Lui stesso confessato per bocca del
Profeta: «il mio cuore si commuove per lui e sento per lui
profonda tenerezza» (Lettura). Parole che
illuminano la terribile vicenda dell’uccisione, da parte di
Erode, dei Bambini di Betlemme (versetti 16-18), commentata
dalla citazione profetica del “lamento di Rachele” per i suoi
figli che “non sono più” (v. 18) e, da integrare
perciò,con l’invito a “trattenere il pianto” e gli
occhi dalle lacrime perché “c’è una speranza per la tua
discendenza” (Lettura). Dio, infatti, guarda con “cuore
commosso” e con “profonda tenerezza” al suo Figlio
che racchiude in sé il futuro “popolo” dei figli e la cui
giovane esistenza terrena è insidiata, da subito, dalla violenza
e dalla morte. Con gli stessi sentimenti guarda ai bambini di
Betlemme uccisi dal potere mondano minacciato e, in essi, alla
innumerevole schiera di “Innocenti” di ogni tempo e di
ogni dove che, mai come oggi, vengono messi a morte, sfigurati,
sfruttati, umiliati. Essi, pur essendo “inconsapevoli”, sono
autentici “martiri” danno cioè una veritiera “testimonianza” al
superiore disegno della “tenerezza” di Dio che fa
partecipi della ”gloria” e della “eredità” del suo
Figlio, “Agnello senza macchia”, coloro che ne assumono,
comunque, le sofferenze e la figura. Dalla mensa dell’Agnello
venga per noi la grazia propria del Natale: “figli di Dio nel
suo Figlio Gesù”. La grazia di poterci rivolgere a Lui nella
“sofferenza” e nella “gloria” come al nostro Abbà,
al nostro Papà. (cfr Epistola). |