IL VANGELO DELLA COMUNITÀ
Prima di avvento (anno B) - 30 novembre 2008
a cura di don Gennaro Matino

 

IL SAPORE DELL’ATTESA

 

   
Marco (13,33-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».
   

L’ora del suo ritorno non ci è data: per ora basta l’attesa per essere felici. Non pienamente, s’intende. Ancora gridiamo: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!» (Is 63,19). Tuttavia la premessa della gioia definitiva, già da ora è pane che mangiamo. L’attesa del Signore non deve intimorirci, non dobbiamo aver paura d’incontrarlo, i conti è necessario farli con la propria vita, ogni giorno, per essere pronti con la cintura ai fianchi e la lucerna accesa, con l’abito della festa cucito addosso con il filo della giustizia. L’attesa è vigilanza operosa per vivere la festa definitiva.

L’Avvento, tempo che ci separa dal Natale, è come una palestra in cui bisogna allenarsi all’attesa, attrezzarsi, giorno dopo giorno, per quando il Signore verrà. La nostra fede è motivo di gioia: «Vieni Signore Gesù, vieni presto!», questa è la preghiera del credente sulle sue sofferenze e su quelle del mondo, sulle domande irrisolte e sul senso della vita. Una la speranza: che al suo arrivo tutto sarà pace. Il tempo non è nemico per chi crede, è una risorsa, eppure spesso lo subiamo, lo avvertiamo come contrario. Non abbiamo tempo, continuiamo a correre provocati dalla velocità di un mondo che ci costringe a fare strada, non sempre con il nostro passo.

A volte ci sembra di rimanere indietro, ci sentiamo irrimediabilmente superati. Spesso, presuntuosamente, pensiamo di essere avanti. Soli.

Conoscere il sapore dell’attesa è vivere il tempo con i giusti ritmi: la fiducia nel tuo futuro, se sai aspettare, ti dà un domani. Se ti dai un futuro metti in moto l’ottimismo, cibo prezioso per il vivere. Se sai aspettare, perché credi nel tuo futuro, il tuo carattere muta e da spento diventa luminoso, da depresso, aperto. Se tu hai un futuro, sei capace di aspettare, di capire il silenzio dell’attesa, sai esercitare l’arte della pazienza, virtù di chi davvero vuole essere forte nel tempo delle facili promesse, mai mantenute. La disumanizzazione del nostro tempo nasce dal fatto che tutti, ormai, siamo condizionati da una mentalità ossessiva, economicistica, che ci porta progressivamente a usare e a gettare, a gettare noi stessi nel consumo delle cose, a cambiare e ricambiare, a non essere mai soddisfatti di quello che abbiamo, a renderci impazienti rispetto alla storia e alla vita.

Il gusto delle cose è sciupato da inutili abbuffate. Non abbiamo più desideri e i nostri sogni sono frustrati, perché il futuro, più che essere una risorsa, è diventato un problema. Ci dà fastidio tutto. Siamo diventati incapaci di accettare qualsiasi differenza, qualsiasi ostacolo. Non abbiamo pazienza con i nostri figli, non sappiamo attendere che crescano, non abbiamo pazienza nelle amicizie, nelle relazioni, con i nostri dipendenti, con i nostri capi, con il mondo intero, non abbiamo più pazienza nemmeno con noi stessi. Per stare al ritmo dei tempi, abbiamo perso il ritmo del cuore e dei sogni.

So che il mio Signore tornerà. Saprò aspettare, saprò vigilare e vegliare: egli mi renderà saldo sino alla fine. Mi farò trovare pronto. Soprattutto, mi troverà con il desiderio ancora vivo di incontrarlo, con il desiderio di dirgli: «Sono contento che sei venuto», quasi a dire: «Anche dopo il nostro incontro non togliermi la gioia di aspettarti ancora».

Viva la pazienza, viva il tempo futuro, viva l’uomo che non vuole tutto e subito. Viva l’uomo che sa gustare l’attesa, lentamente, come un buon vino. Viva l’uomo che sa apprezzare la vita che gli è data in dono.