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Da Famiglia Cristiana n. 41 del 12.10.2008
IL VANGELO DELLA COMUNITÀ NOI, TRA DIO E CESARE Matteo (22,15-21) In quel tempo, i farisei se ne
andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in
fallo Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i
propri discepoli, con gli erodiani. [...] Ma Gesù,
conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché
volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del
tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò
loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli
risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a
Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
«Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»: questo detto di Gesù esige da noi cristiani la responsabilità di un’interpretazione intelligente e sempre rinnovata nei diversi contesti storici. Gesù ha appena svelato gli ostacoli opposti dalle autorità religiose alla salvezza offerta da Dio, ed ecco che i farisei «tengono consiglio» contro di lui. Qui, i farisei cercano di coglierlo in fallo nei suoi discorsi; a loro si uniscono i sostenitori di Erode Antipa, tetrarca di Galilea, ossequienti al potere romano. Costoro si rivolgono a Gesù con parole adulatrici: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità e non hai soggezione di nessuno, perché non guardi in faccia agli uomini». Contro la loro stessa intenzione, stanno dicendo il vero: Gesù parla con franchezza, rivela la volontà di Dio a tutti. Segue la domanda trabocchetto: «Dicci il tuo parere: È lecito o no pagare il tributo a Cesare?». Essi vogliono cogliere in fallo Gesù: la sua risposta dovrebbe rivelarlo come collaborazionista del potere romano, dunque inviso al popolo, oppure come nemico dell’imperatore, dunque denunciabile in quanto ribelle. Che la questione sia grave lo mostra l’accusa falsa mossa a Gesù dal sinedrio di fronte a Pilato: «Abbiamo trovato costui che impediva di dare tributi a Cesare» (Lc 23,2), uno dei motivi addotti per la sua condanna a morte. Ma Gesù, riconoscendo la doppiezza dei suoi interlocutori, sa discernere il vero movente della loro domanda: «Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo». Alla vista del denaro d’argento, egli pone a sua volta una domanda: «Di chi è questa immagine e l’iscrizione?». E udita la risposta: «Di Cesare» – cioè di Tiberio Cesare, l’imperatore dell’epoca –, proclama: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Gesù non dà ricette sul comportamento politico, ma lo trascende: non invita a ribellarsi ai Romani, né benedice l’assetto esistente. Afferma che occorre rendere a Cesare ciò che egli ha il diritto di esigere: la tassa. Poi aggiunge: «rendete a Dio quello che è di Dio». Ovvero, di fronte a Cesare c’è un ordine più alto, quello di Dio, cui occorre rendere ciò che gli appartiene, cioè tutto, essendo «sua la terra e quanto contiene» (Sal 24,1). È alla luce di questo primato che va relativizzato ciò che compete a Cesare: se il potere politico pretende per sé l’adorazione che spetta a Dio – come faceva l’imperatore –, il cristiano non è tenuto a dargliela; se l’autorità statale può richiedere il rispetto, il timore va riservato a Dio. Gesù afferma una distinzione essenziale tra politica e religione. Negare tale distinzione è una tentazione costante, e colpisce sia i «difensori» di Dio sia quelli di Cesare: sempre troviamo chi vorrebbe identificare la fede cristiana con l’ordine politico, auspicando uno Stato confessionale, e chi vorrebbe, specularmente, un ordine politico sostenuto dalla religione, con l’esito della «religione civile». Sì, il credente in Gesù Cristo «sta nel mondo senza essere
del mondo» (Gv 17,11-16), abita con piena lealtà la città
degli uomini, ma la sua vera cittadinanza è nei cieli. È quanto
si legge in uno splendido scritto delle origini cristiane: «I
cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per
territorio, né per lingua, né per abiti. Abitando città greche o
barbare, danno esempio di uno stile di vita meraviglioso e
paradossale. Essi abitano una loro patria, ma come forestieri; a
tutto partecipano come cittadini e a tutto sottostanno come
stranieri; ogni terra straniera è patria per loro e ogni patria
è terra straniera». |