IL VANGELO DELLA COMUNITÀ
Le Palme (anno B) - 5 aprile 2009


 

L’ATTESO TERZO GIORNO

 

   
Marco (14,1-15,47)

Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.
   

«Osanna al Figlio di David» (Mc 11,9). «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34). La drammatica lettura della passione di Gesù diventa un progetto, una via da attraversare per entrare nel mistero di questa santa settimana. Nel cuore stesso della sua struttura è data un’ambivalenza, quasi una contraddizione, perché mai celebrazione, come quella della domenica delle Palme, presenta tonalità e colori così in rapida alternanza, che descrivono il passaggio dalla gioia della festa al dolore del lutto. L’ingresso di Gesù in Gerusalemme è tripudio di voci, di suoni, di gesti che si raccordano al ritmo dell’osanna, è un giorno di ringraziamento per la venuta del Figlio di David nella città santa, segno messianico di attesa e di vittoria. La liturgia della domenica, con la processione delle palme e l’allegria dei rami d’ulivo, memoria di quel giorno, si apre con un grido di gioia: «Osanna». Un grido che vorremmo poter ripetere sempre, forti dei nostri desideri, dei nostri sogni, per la presenza di Dio nella nostra vita che muta il nostro vocabolario in speranza.

Tuttavia, la gioia sembra durare un attimo, come nell’esperienza di tanti, dinanzi alla strada dolorosa del giusto condannato al martirio: «Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba» (Is 50,6). Nel cuore della stessa celebrazione irrompe infatti anche il grido di dolore del servo «obbediente fino alla morte» (Fil 2,89): «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?».

Scenari opposti, per qualcuno lontani l’uno dall’altro, l’uno bestemmia sull’altro, tradimento dell’uno rispetto all’altro. Il traditore, Giuda, raccoglie il frutto della sua scellerataggine, ma il vero colpevole, nel giorno della festa mutata in funerale, sembra essere un Dio che da Padre diventa patrigno. Lo stesso tradimento che molti di noi imputano al Signore Dio che, invece di essere compagno nell’ora della prova, si avverte distante dal dolore degli uomini. Le sofferenze, che la vita a volte consegna, sembrano mostrare un Dio distratto, non disponibile ad accettare il grido disperato di aiuto dell’umanità.

La domenica delle Palme è la più contraddittoria delle celebrazioni, ma è anche la più umana perché descrive la realtà di un dramma e racconta il salto dalla fede alla disperazione, dal coraggio alla paura, dall’abbandono in Dio al sentirsi abbandonati da Dio. La festa fa i conti con la croce che segna il confine tra chi cerca un Dio che non trova e chi accogliendo il grido al cielo dell’unico innocente, riesce a proclamare come il centurione: «Questi davvero è il figlio di Dio» (Mc 15,39).

La croce è lo spartiacque tra l’illusione e la consapevolezza di una vita intrisa di gioia e dolore, tra un Dio avvertito come traditore o Padre: «Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato» (Is 50,7). La passione del Padre, che consegna la sua risposta il terzo giorno, è celata sul legno della croce ma già da allora presente nel dolore del Figlio, nelle sofferenze dei figli.

Aspettare il terzo giorno, quando la pietra verrà rimossa e quel grido di dolore: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» potrà coniugarsi con la gioia dell’Alleluia, è abbandonarsi nelle mani della tenerezza di un Dio diverso: «Padre nelle tue mani affido la mia vita» (Lc 23,46).

Questa è l’unica settimana che viene definita santa, provare a percorrerla per santificarsi è la liturgia della Pasqua. Il Signore della gloria, al quale abbiamo cantato l’osanna, ci dia il coraggio di non fuggire dinanzi alla croce in attesa della risurrezione.