Elio Ruffo

"…curioso ingrediente la coscienza… vero Flavia?”
(da: Una rete piena di sabbia)
Elio Ruffo nasce il 1
Gennaio del 1921 da una famiglia dal nome importante (1). I Ruffo
sono di tradizioni repubblicane e massoniche. Gaetano Ruffo, uno dei
martiri di Gerace, è un loro illustre antenato. Così si chiama anche
Ruffo padre che si distinguerà successivamente in città per la sua
posizione fieramente antifascista. Il suo ruolo di avvocato, stimato
e affermato nel foro di Reggio Calabria, gli conferisce un prestigio
che gli consentirà di superare la fase difficile del ventennio
mantenendo orgogliosamente le sue posizioni politiche. Massone di
Palazzo Giustiniani, appassionato di scherma e di filosofia Ruffo
padre si assunse l’onere della difesa in tribunale del brigante
Musolino. Il suo tentativo di provarne addirittura l’innocenza nel
processo di Modena tornò, come vedremo, in qualche modo utile al
figlio molti anni dopo. Elio Ruffo ebbe il tempo, prima di
trasferirsi a Roma, di intrecciare in Calabria amicizie
determinanti. Primo fra tutti lo scrittore Mario La Cava che rimase
nel tempo un prezioso riferimento nella stesura delle sceneggiature.
Una particolare stima lo legò a Pasquino Crupi. Per un certo periodo
collaborò con il Giornale di Calabria. Ed è infatti il giornalista
una delle attività che Ruffo coltivò nei lunghi intervalli fra i
suoi film. Culturalmente il suo punto di riferimento rimase comunque
sempre il cinema. Questo lo portò a trasferirsi a Roma in pianta
stabile. Le sue prime esperienze con la pellicola lo vedono come
aiuto regista di Blasetti. Successivamente la sua rete di relazioni
appare ampia. Conosceva Visconti, Fellini, la Magnani, la
Lollobrigida, Umberto Orsini, Zavattini. Come regista si fece la
fama di uomo pignolo. Raccontano che alcune riprese di “ Una rete
piena di sabbia” iniziate come “esterno notte” siano terminate ben
oltre l’alba. Aderì alla corrente realista del cinema degli anni ’60
non solo come cifra stilistica ma anche come battaglia culturale.
Uno dei vari tratti distintivi di questa adesione è l’utilizzo di
attori “locali” accanto ad alcuni professionisti. E’ una scelta
classica verso un tipo di attore. Come si disse allora “rispecchia i
sentimenti del luogo”. Scegliere il realismo in quegli anni
complicava comunque una scelta di campo. Era il mondo dei blocchi e
della guerra fredda. Ruffo condivise in questo una tendenza di gran
parte degli intellettuali del momento entrando nel P.C.I. Ciò
nonostante suo padre non vedesse di buon occhio l’allontanamento
dalle radici repubblicane della famiglia. L’invasione della
Cecoslovacchia segnò successivamente una crisi e un distacco dalla
politica militante. Questa delusione accentuerà in Ruffo, da quel
momento in poi, la tendenza caratteriale di assumere posizioni molto
personali e critiche. Elio Ruffo era un uomo, nel profondo,
riservato. Geloso e protettivo verso il suo mondo di affetti, ne
evitava il contatto con il proprio lavoro. La figlia Enrichetta
racconta che il regista non filmava nemmeno i compleanni delle sue
figlie. Nessuna otto millimetri amatoriale circolò nella sua casa
romana. Non si fece praticamente mai ritrarre alla macchina da
presa o, per lo meno , il suo album di famiglia non ne registra
traccia. Il radicamento nella capitale, l’ambizione di lasciare una
sua testimonianza nel mondo del cinema non cancellarono mai in Ruffo
il senso di appartenenza alla Calabria. A questa regione si
indirizza praticamente tutta la produzione a noi nota del regista.
Fa eccezione, il documentario “ Il bosco dei cavalli selvaggi”
girato negli anni sessanta in Sardegna nonché alcuni materiali
rimasti inediti sulle cooperative di pesca in Romagna (2). Girare
“Una rete piena di sabbia” assorbì molto Elio Ruffo. Fu circa un
anno e mezzo di lavorazione, fra il ’65 e il ’66, soprattutto in
Calabria. I motivi della forte attenzione del regista per questo
lavoro sono vari. Il principale probabilmente era la voglia di
riscatto dopo il lungo silenzio seguito a “Tempo d’Amarsi”
(1954/55). L’insuccesso commerciale di questo film rese riluttanti i
produttori, per un intero decennio, ad investire sull’autore
calabrese per quanto le sue doti di neorealista fossero comunque
riconosciute. Difatti Rondolino sul “Catalogo Bolaffi del Cinema
Italiano” (1945-1955) aveva osservato che sebbene “Tempo d’Amarsi”
fosse “un film concepito, diretto e prodotto da un giovane alle
prime armi” era questa già un’opera dalla quale emergeva “un chiaro
ed originale senso cinematografico”. “Tempo d’Amarsi”, con il suo
basso incasso di 8.000.000 (la cifra rimane “bassa” per un film
anche valutando il maggior peso della lira di allora) e la sua trama
imbastita su una dolente storia familiare fra Bovalino e San Luca,
non incoraggiò le produzione a reinvestire su Ruffo. Anche la stessa
onda di un cinema realista e di impegno sociale, a quel che pare,
non fu sufficiente per esercitare un “effetto trascinamento”
sull’opera di Ruffo. Nel senso di una maggiore “attenzione” del
mercato anche verso un autore considerato “minore” e così
particolarmente e strenuamente legato alla Calabria. “Una rete piena
di sabbia” fu comunque per Ruffo un’esperienza determinante alla
quale l’autore volle dare una forte impronta personale. Il film è
ricco di citazioni autobiografiche. Il protagonista, Ennio de’
Roberti, è un regista, di origine calabrese ma vive a Roma, è figlio
di un antifascista. Una implicita citazione dell’attività di
avvocato di Ruffo padre ritorna nella scena nella quale de’ Roberti
mentre cerca di aiutare i pescatori a vendere la loro mercanzia si
scontra con un mafioso locale. Il picciotto gli ricorda di conoscere
bene suo padre che lo ha difeso in tribunale più di una volta.
Ulteriori elementi di identificazione fra Ruffo e il suo personaggio
stanno nella pozione politica chiaramente “di sinistra” dello
stesso, della sua propensione al “cinema verità”. Estremamente
significativo nel personaggio de’ Roberti è l’atteggiamento di
sfiducia verso l’ambiente romano dove comunque vive. Ennio sa già
che il suo documentario sarà cestinato. E’ l’emblema di una carriera
artistica consapevole di non poter incontrare alcun successo e
apprezzamento in quel momento e in quell’ambiente. Eppure Ruffo
esattamente come Ennio de’ Roberti gira caparbiamente a suo modo e
solo a suo modo. Il manifesto disincanto polemico del personaggio
de’ Roberti verso la Rai, o meglio verso il sistema che la
controlla, diventa automaticamente autobiografico in un momento
preciso del film. Flavia mette in guardia Ennio dal “toccare” temi
politici nel suo documentario per farlo accettare più facilmente a
Roma. Ennio ironizza dicendo che gli è stato addirittura cestinato
un lavoro che trattava di cavalli selvaggi in Sardegna. E’ un
riferimento assolutamente incomprensibile senza sapere che, come
abbiamo già accennato, effettivamente Ruffo girò un documentario per
la Rai con questo tema di cui si sono perdute le tracce. Sulla pista
dei lavori “cestinati” Ruffo coglie l’occasione per citare, questa
volta direttamente ed in immagini, un suo lavoro sulle cooperative
di pesca in Romagna. Fa irruzione prepotentemente il primo amore di
Ruffo: il cinema documentario. La trama di fiction con questo bagno
di realismo assume il colore della verità. Con ogni evidenza chi
progetta la fiction, qui, non vuole rinunciare alla sua anima di
documentarista. In “Una rete piena di sabbia” la polemica
autobiografica è violenta e totale: contro il sistema
politico-mafioso calabrese, contro quello romano che appoggia, il
mondo del cinema e della televisione che non capisce e che non
apprezza. Il legame artistico di Ruffo con la sua terra, con gli
occhi di oggi, fu probabilmente un fattore frenante per ottenere
l’attenzione della scena nazionale. “Esisteva” la Calabria
nell’Italia degli anni ’50 e ’60? La depressione e la marginalità di
questa regione era forte all’interno dello stesso mezzogiorno. Lo
stereotipo di un Sud nel quale o si è “napoletani” o si è
“siciliani” vige da tempi lontanissimi. L’attrazione di questi due
modelli del “meridionale” funzionò, e continua a funzionare, in
termini sia “commerciali” che di interesse artistico anche nel
cinema italiano. Potremmo sprecare gli esempi di grandi successi
cinematografici su soggetti meridionali: da quelli urbani (Roma e
Napoli) a quelli rurali/siciliani. La Calabria di Elio Ruffo, a
prescindere dagli eventi meriti o demeriti del regista, rimase
esclusa. Prima di Amelio e Commencini che si interessarono della
Calabria in anni molto più recenti, solo il “grande eretico”
Pasolini, sia in letteratura che nel cinema, diede prova di
accorgersi a qualche titolo dei calabresi. Pensando a “Sciuscià”
(1946), a “La terra trema” (1947), a “Ladri di biciclette” (1948) la
denuncia cinematografica di un’Italia Dolens trovò nel
neorealismo italiano senz’altro un discorso di forza straordinaria.
I fratelli Taviani al loro esordio si rivolgeranno in Sicilia (“Un
uomo da bruciare”): Sono i primi anni sessanta. Poco dopo “Il giorno
della civetta” (1967/68) fu uno dei segni più rilevanti di
un’attenzione speciale mai spenta del cinema italiano ed
internazionale verso la mafia siciliana. Tutta questa grande
parabola di opere e di artisti che parte dal neorealismo postbellico
e passa per il realismo politico degli anni sessanta conferma
pienamente l’impressione che la “Storia”, agli occhi del cinema
italiano, doveva transitare allora dai grandi crogioli urbani di
Roma e di Napoli o dai crocicchi di una mafia siciliana dalla ricca
mitologica. In qualche modo in quel momento queste realtà
“gridavano” più della Calabria. Ciò non poteva non attirare
attenzione. Per questo mi pare esagerato oggi fare al cinema
italiano la colpa di non aver imbastito alcun discorso sulla
Calabria. La regione oltre che dalla Storia sembrava esclusa dalla
cronaca se non che per le grandi catastrofi naturali come le
alluvioni. Effettivamente negli anni ’50 e ’60 la stessa ndrangheta,
così “immancabile” in epoche più recenti per i nostri telegiornali,
non aveva la tragica importanza di oggi. O per lo meno quella
assunta dai sessanta in poi. Assolutamente profetica una scena di
“Una rete piena di sabbia”in cui Ennio riesce ad intervistare un
mafioso calabrese. Questi ammettendo la subordinazione, per il
momento, alla più ricca cosa nostra siciliana, lancia un’inquietante
speranza al futuro prospettando una leadership a venire dei
calabresi. La verità è che Elio Ruffo fu solo. Soprattutto perché la
sua stessa Calabria non lo capì. In questa chiave la “colpa”, se
colpa ci fu, fu dei calabresi. Il regista era troppo avanti rispetto
ad una regione vittima di una gigantesca operazione di disgregazione
culturale decisa altrove ma che ebbe consenziente il ceto
“politico-dirigente” locale. Dal dopoguerra in poi (ma forse da
molto prima) i calabresi si sono trovati forsennatamente impegnati
in una colossale opera di rimozione. Era prioritario dimenticare di
essere stati contadini, pastori, pescatori. In Calabria si dice
“puzzare dalla fame” per esprimere uno stato di povertà strutturale.
Una vita senza scarpe, in luridi tuguri, bambini con le croste in
testa ed il moccolo al naso. Era questo “puzzare di fame”.
Esattamente come si vede nelle crude foto di Tino Petrelli ad Africo
nel 1948. Era vero che in Calabria larga parte della popolazione nel
dopoguerra conduceva una vita lontano dal così detto “confort”
urbano europeo e occidentale. Ma probabilmente l’indigenza non
corrispondeva ad altrettanta miseria culturale e di valori. Insomma
se l’Islam dice “il mio onore è la povertà” non era dello stesso
avviso l’operazione culturale di massa dell’Italia postbellica nei
confronti del mondo contadino nel suo complesso. Questo era
folclore,primitivismo, relitto, tenebra che sarebbe stata spazzata
via dalla luce del progresso. Una illusione che non risparmiò
nemmeno, per fare un esempio illustre, un grande antropologo
meridionale come Ernesto De Martino. Nessuno provò ad imbastire un
discorso critico sul problema delle radici, dell’indennità
culturale. Senza grossi sforzi analitici si pensò di “buttare via”
con la povertà anche gli interrogativi sull’identità culturale. Gli
ex-contadini calabresi furono convinti, e lo sono rimasti, di non
avere storia, identità, memorie che valessero la pena di essere
conservate. La sinistra non si oppose. Tutto sommato attraverso un
marxismo un po’ scolastico si riteneva che tutto ciò che era
problema di sovrastruttura(e quindi anche la cultura) si sarebbe
facilmente aggiustato mettendo a posto l’economico, la struttura.
Bastava dare sviluppo e tutto si sarebbe aggiustato. Nella realtà
nessuno sviluppo è arrivato e la distruzione della società contadina
portò soltanto emigrazione,disgregazione sociale e culturale,
assistenzialismo, mafia. Tutte storie note. Oggi in Calabria,
accanto agli interrogativi mai risolti di una dimensione economica
vera, riemergono problemi legati all’evanescenza dell’identità
culturale ed al bisogno di una sua (ri)costruzione. In questo la
regione, seppure con il suo specifico, partecipe di un fenomeno
planetario che in alcuni luoghi ha assunto risvolti drammatici. Così
Vittorio De Seta in una conversazione del 1996 a proposito del suo
“In Calabria” (3):
(…) Io dico memoria come riappropriazione non come
nostalgia.
Cioè noi non dobbiamo catalogare il passato. Noi lo dobbiamo
recuperare per farlo nostro. Ricuperare, per quanto è possibile una
visione della vita perché nella nostra società attuale non c’è una
visione della vita. Su questo bisogna essere proprio netti. Quindi
non si parla di nostalgia. E’ ovvio che le forme materiali, i telai
a mano, la bocca fatta in un modo sono importanti. Quelle forme
esteriori possono anche dissolversi. Ma la memoria interiore, io
parlo di costume, parlo di riferimento ideologico, quello non si può
perdere. Rispetto ai primi documenti che ho fatto quarant’anni fa in
Sicilia, in Sardegna, in Calabria ho notato proprio questo. Una
volta io ero quasi rassegnato a questa fatalità,che questa cultura
contadina dovesse scomparire scacciata dal progresso. Adesso a
distanza di quarant’anni mi rendo conto che non solo è stato un
errore fatale che sia stata abolita, distrutta con questa violenza
di cui non c’era nessun bisogno. Le due forme (“tradizione” e
“modernità” N.d.R.) avrebbero potuto coesistere insieme. Io non è
che sono contro le macchine. Nella mia proprietà c’è un trattore con
tredici applicazioni. E’ una cosa bellissima un trattore che allevia
la fatica. Però questi mezzi devono essere assorbiti gradualmente,
essere fatti propri. Non si può alterare la realtà con una cosa
folle come è stato ad esempio il Quinto Centro Siderurgico di Gioia
Tauro. Allora è un qualcosa che viene dall’esterno, che viene
subito, che poi fallisce, come si è visto, miseramente. Decine di
migliaia di miliardi proprio buttati via quando con gli stessi soldi
si sarebbe potuto fare un lavoro capillare di ristrutturazione vera.
Portare istruzione, portare occupazione. Il che avrebbe significato
senz’altro la scomparsa della mafia(…). Non è tanto un museo che noi
dobbiamo creare con degli scaffali dove riporre queste memorie che
dovrebbero servire da sussidio per non si sa bene che cosa. Qui si
tratta secondo me di una riappropriazione di identità. Perché il
problema nella vita è il riferimento con la vita. E’ avere una
visione delle cose che secondo me oggi manca completamente. Per
scardinare le resistenze politiche, economiche, sociali, morali di
qualsiasi gruppo umano bisogna insegnargli che la sua cultura è
perdente. Il povero, il miserabile “non ha cultura”. Proprio perché
è povero. Ma il processo è andato oltre. I calabresi, infatti, hanno
perfettamente metabolizzato il messaggio tutto borghese che
identifica/va la miseria contadina con la “colpa” di essere poveri.
Si tratta in buona sostanza di un’antica e radicatissima convinzione
morale delle borghesie occidentali. Scomodando l’illustre Michel
Fuocault troviamo conferma che, nelle società europee sia di matrice
cattolica che protestante, “…la miseria non è più presa di una
dialettica dell’umiliazione e della gloria,piuttosto in certo
rapporto del disordine all’ordine che la chiude nella
colpevolezza(…). Essa scivola da un’esperienza religiosa che la
santifica ad una concezione morale che la condanna” (4). Ogni colpa
che si rispetti porta con sé la sua brava vergogna. Gli stessi che
avevano digerito la vergogna di essere poveri hanno di buon grado
accettato sia l’emigrazione sia il sistema di controllo clientelare
e mafioso che ha governato per decenni la Calabria e chi vi è
rimasto a vivere. In “Una rete piena di sabbia” Elio Ruffo dimostra
di aver compreso tutto ciò già in quegli stessi anni. La geografia
degli equilibri politici ed economici nella regione dei ’60
delineata dal film è molto precisa: vi è una consorteria notabile,
clientelare e mafiosa assolutamente blindata ad ogni attacco. Essa è
dotata di appoggi potenti nel quadro di un sistema che giunge
agevolmente sino a Roma. Tutti i “sottoposti”, ad esempio i
pescatori del film, non hanno altra chance che subire più o meno
consenzienti. Molti, per vivere meglio, preferiscono sentirsi
consenzienti. Questo “abbraccio” fra il notabilato e la mafia trova
una sua scena simbolica e caricatissima, addirittura acida, nel
film. E’ l’appassionato, sensuale tango fra la rampante donna Mimì
ed il funereo imbrillantinato don Fefè, incontrastata autorità
mafiosa. E’ l’abbraccio fatale nel quale don Fefè, “onorato” braccio
militare si mostra pronto a sostenere la sua “rispettabile” partner
politica in un tragico (per la collettività) “caschi”. Ennio è
l’efficace simbolo di più generazioni di intellettuali
sensibilizzati politicamente e socialmente, che hanno fatto una
significativa esperienza fuori dalla Calabria ed a qualche titolo
vorrebbero “ritornare”, fare delle cose in Calabria, avere
l’opportunità di vivere nella propria terra. Ma un sistema che pare
inespugnabile e che si fonda sulla sottocultura e sul braccio
militare della mafia (per i soggetti più recalcitranti) chiuderà
regolarmente ogni spazio. Ruffo/dè Roberti non si rassegna. Difatti
Ennio ad un certo punto confessa a Flavia: “…forse il mio interesse
è qui ora, nella mia terra d’origine”. Si potrebbe osservare che
Elio Ruffo rovistava in realtà locale e rurale con occhio da
intellettuale urbano e borghese. Ma era un occhio che rifletteva una
coscienza lucida e una consapevolezza straordinaria della fase
storica in cui la periferia Calabria era immersa. “Tempo d’amarsi”
ed “Una rete piena di sabbia” in qualche modo ricordavano ai
calabresi di essere i calabresi di quel momento. Entrambe le
opere principali di Ruffo sono girate sulla jonica a Soverato, a
Copanello, a Squillace, a San Luca, a Bovalino. Emblematicamente
Elio Ruffo si rivolge alla Calabria “orientale”, non si stanca di
cercare la sua verità narrativa su una costa ancora più povera e
marginale rispetto al versante tirrenico. Il Tirreno, per lo meno,
faceva (e fa) da riferimento per le comunicazioni dalla Sicilia
verso il Continente traendone qualche tenue beneficio. Questo
vantaggio geografico agita ancora oggi qualche fantasma di sviluppo
insostenibile. Nel complessivo disastro economica di un’intera
regione si sventola il mito taumaturgico del Ponte come qualche
tempo addietro quello del Quinto Centro Siderurgico. Forse Ruffo
sapeva di trovarsi di fronte ad un intero popolo che ormai
desiderava spasmodicamente di inchiodare la porta ed andare a
Torino, a Milano, in Germania. Oppure di “vincere” il posto statale.
Finalmente un lavoro dove non si suda. Via la zappa la ricotta e il
tessuto di ginestra. Si ambiva la fresatrice, il posto EMPAS, la
provola Galbani, gli acquisti a rate. Probabilmente anche lui è
parzialmente convinto, come gran parte dell’intellettualità italiana
del momento (a questo proposito la testimonianza di De Seta, poco
sopra è emblematica), che non ci sia altra strada per lo sviluppo e
l’emancipazione dei calabresi. Ma per lo meno nutre dei dubbi sul
senso assunto dalla Storia. Forse potrebbe essere letta in questa
chiave la scena nella quale mentre Flavia, seduta nella sua macchina
lussuosa, accende una polemica con gli emigranti perché non restano
a lavorare la terra senza andare in Germania. Ennio rimane muto.
Ennio non dice nulla di fronte a quella folla di partenti in una
vecchia stazione jonica. Forse si sente spettatore impotente di una
tragedia storico-sociale di scala vertiginosamente ampia. Tornano
alla mente qui le parole di Malcolm X: “Quelli che parlano non sanno
e quelli che sanno non parlano”. E probabilmente Ennio dè Roberti
sa. D’altro canto la sua denuncia è troppo risentita, quasi rabbiosa
per non sembrare l’appello di qualcuno che in Calabria vorrebbe
realmente vivere se fosse possibile la vita. Il dramma si concentra
tutto in questa impossibilità di un’esistenza dignitosa in una
regione strozzata da un sottosviluppo imposto da nuovi e vecchi
equilibri nazionali. In questa direzione appare significativa la
trama di “Tempo d’amarsi”, un film fortemente voluto da Ruffo,
girato con mezzi economici risicatissimi, presentato al festival di
Locarno nel ’55 e successivamente inabissatosi nella dimenticanza.
Antonio Marando, un affezionato amico di Elio Ruffo, oggi residente
a Roma, racconta “nel 1955 organizzammo una proiezione di S.O.S.
Africo e di Tempo d’amarsi ad Ardore Marina. Era un’arena
all’aperto e presenziarono sia Elio Ruffo che Mario La Cava. Ancora
oggi mi stupisco come la distribuzione abbia ignorato Tempo
d’amarsi…”. “Tempo d’amarsi” si muove tutto fra San Luca e
Bovalino. Disoccupazione, povertà, il drammatico problema del lavoro
sono il cuore del film. Un capo famiglia cade da un albero e muore e
sua figlia Rosa (Loretta Capitol) si assume un ruolo di
responsabilità rispetto alla famiglia innescando un conflitto con il
fratello Gianni (Ciccio Pelle). Il figlio maschio si sente comunque
più in dovere di trovare sostegno economico per la famiglia. Inizia
la sua affannata ricerca di lavoro da San Luca a Bovalino per i
cinque orfani si profila una vita di stenti. Conclude il quadro
delle opere di Elio Ruffo un film rimasto purtroppo incompiuto:
“Borboni anni ‘70”. Già la sceneggiatura fu oggetto di una battaglia
legale che rallentò la successiva lavorazione del film. L’oggetto
del contenzioso fu la paternità della stessa sceneggiatura che i
produttori Lucibello e Borruto si attribuivano. Elio Ruffo vinse la
causa ma non fece in tempo a realizzare “Borboni anni ‘70” perché la
morte lo colse pochi anni dopo. In attesa della risoluzione del
contenzioso, a quel che pare, Ruffo iniziò comunque a girare dei
materiali in 35 mm e, per la prima volta, a colori. Nel solco del
suo “cinema verità” la sua attenzione si centrò sul processo di
Locri, noto come “processo di Montalto”. Il processo si concluse con
la condanna di praticamente tutti gli imputati e gli stessi
materiali Ruffo furono trattenuti come prova giudiziale. La
successiva morte dell’autore purtroppo contribuì a smarrire il
contatto con un documento che doveva essere rilevantissimo. Infatti
gli eredi non rivendicarono successivamente la pellicola. Ruffo girò
varie fasi del processo. Cercò il confronto diretto con gli
imputati, riuscì a rassicurarli che avrebbe trattato la loro
immagine con “equidistanza”. Molto probabilmente il fatto di essere
figlio del difensore di Musolino fece la sua presa su una vecchia
mafia, ancora parzialmente legata a criteri pseudo-cavallereschi.
Una morte precoce, dunque, non gli permise di concludere il film.
Era il 16 giugno del 1972.