Mario
La Cava
"...Non ho mai cercato la ricchezza ad ogni costo.
E la mia casa come vedi, te lo dimostra.
Ho speso una vita per scrivere, per analizzare la Calabria.
Non so se bene o male. Questo non tocca a me dirlo.
Posso dire che ho fatto grandi sacrifici,
sperando che questa terra potesse avere una sorte migliore,
come credo che avrà..."
da un'intervista a
: Mario La Cava - Il Regno di Napoli, 1986
Questa breve biografia scritta dallo stesso scrittore come "notizia" a Il matrimonio di Caterina, il lungo racconto da cui Luigi Comencini ha tratto l'omonimo film, è stata riproposta dall'opuscolo "In memoria di Mario La Cava", curato dal prof. Giuseppe Italiano, direttore, nel 1988, della Biblioteca Comunale, pubblicato e distribuito in occasione del trigesimo dello scrittore.
«Mario La Cava è nato l'11 settembre 1908 a Bovalino, un paese della Locride, sulla costa jonica della Calabria, che una volta Alessandro Bonsanti chiamò toscanamente "città". Mario La Cava si compiacque molto di quell'appellativo; e risiedendo costantemente a Bovalino tranne brevi viaggi in Italia e all'estero la sentì come una polis per la sua ispirazione. La campagna gli diede i motivi agresti per le sue opere, la "città" quelli civili delle controverse relazioni umane. La Cava sentì sempre il fascinio dello'antica cultura, il mistero delle oscure origini. Guiardò la vita da un punto di vista periferico dell'Italia e dell'Europa, ben sapendo che essa apparteneva all'Italia e all'Europa. La sua polis cessava così di essere paese, diventava un mondo: e a quel mondo egli è rimasto fedele»
l padre dello scrittore, Rocco, era insegnante (fratello dello studioso Francesco, medico ed umanista) mentre la madre Marianna Procopio era una casalinga che ebbe fama artistica nazionale per un libro ricco di ricordi e di sentimenti.
La prima parte dell'articolo che Leonardo Sciascia, "vecchio amico" dello scrittore scrisse su "La Stampa" del 27 giugno 1987.
«(...)Credo di avere letto per la prima volta qualcosa
di Mario La Cava nell’Italiano di Longanesi, tra
il '36 e il '37. E poi nell’Omnibus, settimanale
che lo stesso Longanesi aveva cominciato a pubblicare,
per l'editore Rizzoli, nell'autunno del '37 e che non
sarebbe riuscito a durare oltre due anni, per quel tanto
di naturale antifascismo che il suo nonconformismo e le
sue informazioni letterarie ed artistiche contenevano.
Non professava antifascismo, né poteva; e del resto
Longanesi antifascista non era: ma credo che la mia
generazione abbia ricevuto più antifascismo da
Omnibus che dal proselitismo marxista e rosselliano
che in quegli anni cominciava a trovare un certo
incremento.
La Cava, mi pare, pubblicava in Omnibus con una
certa assiduità: brevi racconti, note di costume,
«caratteri». Con le «lettere» al direttore di Brancati e
i brevissimi, metafisici racconti di Enrico Morovich
(scrittore ormai da armi in silenzio, e ingiustamente
dimenticato), le cose di La Cava costituivano per me
esempio e modello del come scrivere: della
semplicità, essenzialità e rapidità cui aspiravo. Sicché
quando, nel 1939,Le Monnier pubblicò il volumetto dei
Caratteri (in una collanina, stampata con gusto
longanesiano, che si intitolava «L'orto»: nome di
evidente intendimento strapaesano), io me lo tenni come
un piccolo breviario, e facendovi qualche esercizio di
imitazione.
Ci sono, in ogni tempo, dei libri che nascono
«classici»: e sono di solito piccoli, esili libri: i
Pamphlets di Courier, le Storie naturali di
Renard, i Mimi di Francesco Lanza, i
Caratteri di La Cava. Per quel che della vita
colgono e per come sono scritti: libri che non si
muovono, che non si rimuovono, che non conoscono ascese
e cadute, cui né ombre né risalto danno il mutare dei
gusti, delle mode. Libri, si potrebbe dire, che
stanno: e nessuna mano che li tira giù da uno
scaffale mai li butterà via con impazienza. Ma è un
discorso da svolgere con più sicure e ampie motivazioni.
Intanto, per La Cava, si può forse trovare un
addentellato nella nota apposta (quasi sicuramente di
Vittorini) alla seconda edizione dei Caratteri
nella collana einaudiana dei «gettoni» (1953): «Mario
La Cava è scrittore formatesi fra il '30 e il '40 ma
rimasto in margine alle correnti letterarie di quegli
anni perché apparteneva un po' a tutte e non era
propriamente di nessuna. Coltiva un suo genere speciale
di brevissimi racconti in cui fonde il gusto
dell'imitazione dei classici e lo studio naturalistico
del prossimo. Nato in Calabria nel 1908, a Bovalino
Marina, a finora pubblicato un solo volume di queste
su/e moralità che chiama Caratteri. Qui noi
presentiamo l'insieme del suo lavoro di tanti anni, il
poco edito e il molto inedito, sicuri di richiamare
l'attenzione su un aspetto tra i più vivi e attuali
della nostra letteratura meno nota». (...)
(Leonardo Sciascia,La Stampa, 27.6.1987)
Commemorazione del Presidente della Giunta regionale Rosario Olivo. Seduta del Consiglio regionale del 16 novembre 1988.
Onorevoli colleghi, ringrazio il Presidente Calati per
avermi dato la parola ad inizio di seduta, per
rivolgere un commosso pensiero, un commosso omaggio a
Mario La Cava che è mancato stanotte, dopo una lunga
malattia. Mario La Cava, grande scrittore calabrese che
tutti conosciamo, uomo generoso, di grande ingegno, di
grande spessore culturale, rimasto in Calabria
profondamente legato al suo piccolo comune di Bovalino.
Un grande scrittore che non ha avuto molta fortuna nella
sua attività, anche per questa sua scelta di restare a
Bovalino, nella periferia di una regione periferica, in
un piccolo, sperduto paese di questa regione emarginata
e lontana, tanto più lontana dalle correnti letterarie
ed anche dalle grandi case editrici. Con La Cava, muore
un'alta coscienza del popolo calabrese, un maestro
esemplare di vita civile.
Fu Elio Vittorini, tra i primi, autorevoli lettori a
svelare il talento di questo scrittore originale ed
insolito. La sua prosa accurata, ma semplice, ed i suoi
temi prediletti, tutti appartenenti al mondo dei
sentimenti sommersi, non trovano eguali nel panorama
della nostra letteratura contemporanea
Altrettanto ostinata e sincera, così come la sua
vocazione alla letteratura, è la biografia di Mario La
Cava che ha scelto di vivere appartato, nella cittadina
natale forse un po' trascurato dalla gente, proprio per
questa sua innata riservatezza. E tuttavia, da quell'osservatorio
tutto speciale che è stata la sua casa di Bovalino, in
faccia a quel mare di cui, stranamente, pochissimo ha
parlato nei suoi libri. La Cava, sin dagli anni Trenta,
ha cominciato a scrutare quel mondo interiore, di
piccoli fatti, di rinunzie più che di clamori, che è
comune a tutta la provincia italiana e che è un mondo
allo stesso tempo ricchissimo di caratteri. Non a caso,
proprio Caratteri, fu il titolo di un suo
fortunatissimo libro, costituito da apologhi, ritrattini,
ironie, che Le Monnier pubblicò negli anni Trenta a
Firenze e negli anni Cinquanta Einaudi ripropose con
delle aggiunte.
Leonardo Sciascia, grande scrittore che io amo molto, in
un articolo su "La Stampa" pochi mesi fa, testimoniò il
suo affetto a Mario La Cava ed il suo apprezzamento per
lo scrittore calabrese dicendo che aveva imparato a
fare, ad essere scrittore, giornalista, proprio leggendo
i libri di Mario La Cava e, particolarmente, i
Caratteri. I caratteri, tuttavia, con i quali La
Cava aveva cominciato a collaborare all'Italiano
di Longane-si, avrebbero potuto dare di lui un'immagine
deformata. E La Cava si cimenta nella grande narrativa e
si conferma romanziere di grande respiro con Mimi
Cafiero e Vita di Stefano, due personaggi
tipici che ben presto diventano emblema di una Calabria
che ha voglia di cambiare, crescere, uscire
dall'isolamento.
Accanto alla sua opera di narratore, vi è quella, spesso
dimenticata, di giornalista e polemista: dapprima per "II
Mondo" e, molto più di recente, per il "Corriere della
Sera", per "La Stampa", per "II Giorno", per "Calabria",
la rivista del Consiglio regionale della Calabria. I
critici, giustamente, sottolineano che il capolavoro di
La Cava è il lungo racconto Il Matrimonio di Caterina
che scrisse all’inizio della sua carriera e che ha visto
la luce solo negli anni '70. Ricordo a proposito che il
regista Comencini da questo romanzo ha tratto un
significativo film per la televisione.
Caterina è uno di questi personaggi segnati dal destino
che desidera intensamente di vivere la sua storia
d'amore. Ma le circostanze le metteranno lungo il
cammino, con la complicità involontaria dei suoi
genitori, un ragazzo privo di scrupoli. Il suo diverrà
un matrimonio mancato, ma vissuto, nei preparativi del
fidanzamento, attimo per attimo.
E' proprio questo il pregio di La Cava: immergerci nel
vivo di queste situazioni mancate, ma vissute, dalla
parte di chi avverte il desiderio di superarle.
Pur senza rinunziare ai propri sentimenti, alla propria
natura schiva e forse, inizialmente alla vocazione, alla
solitudine. Da queste pagine viene facile a tutto tondo
lo spaccato di una terra, la nostra, che ha toccato con
mano, per secoli, la solitudine; emerge, senza falsi
pudori ed anzi con una coscienza limpida e non
fatalista, la coscienza di un grande scrittore come La
Cava. Perciò nei suoi confronti il nostro debito, non
può e non deve estìnguersi. Come Regione abbiamo cercato
di fare modestamente la nostra parte: la stiamo facendo
oggi, con il collega Di Marco; ho tentato di farla io,
in precedenza, come Assessore alla Cultura, anche con la
pubblicazione di inediti di Mario La Cava. Ma vedo con
grande amarezza, che una rivista che si chiama "Cultura
calabrese", ha attaccato ferocemente una delibera della
Giunta regionale che aveva affidato a Brenner su precise
indicazioni date dallo scrittore La Cava molti mesi
prima, le pubblicazioni dei suoi inediti teatrali.
Questa rivista a cui non ne va bene una, ha attaccato
anche questa decisione della vecchia Giunta regionale.
Non va dimenticato che La Cava ha lavorato gomito a
gomito con altri due grandi scrittori calabresi: con
Corrado Alvaro, cui si rivolse per i primi consigli e
suggerimenti e con Fortunato Seminara che fu suo amico e
che con lui ha condiviso questo duro destino di
intellettuale, che desidera ostinatamente vivere e
lavorare nella propria terra di origine, anche se
lontano dai centri dov'è l'industria editoriale.
La Cava è uno scrittore che forse impareremo a conoscere
ed apprezzare ancora più profondamente con gli anni.
Per ora resta il rammarico, che la sua opera, da due
anni non è più riproposta dai grandi editori, presso i
quali i suoi libri sono stati pubblicati.
E' per questi motivi ci si augura che anche in Calabria
sorgano efficienti culture editoriali. Ieri ne abbiamo
parlato. Ne ha parlato bene a nome della Giunta
regionale il collega Di Marco, concludendo il dibattito
sull'informazione in Calabria. Significa che c'è un
'altrettanto efficiente coscienza del patrimonio di
idee, pensiero, fantasia, immaginazione che gli
intellettuali calabresi hanno dato al Novecento,
conquistando un ruolo tutt'altro che secondario nella
storia della cultura nazionale. Il caso di La Cava ci
segnala questa esigenza con la massima urgenza e con
altrettanta drammaticità.
Ci si augura perciò che trovi eco, soprattutto nei
giovani calabresi che di questo patrimonio devono ed
oggi possono essere fruitori.
Mario La Cava non ha avuto grandi attenzioni dalle
istituzioni calabresi. Abbiamo tentato in ultimo e con
molto ritardo, di colmare queste lacune in parte, in
piccolissima parte, chiedendo per lo scrittore Mario La
Cava, l'applicazione della cosiddetta «Legge Bocchelli»,
una richiesta che il Consiglio dei Ministri ha accolto,
se non ricordo male, un anno e mezzo addietro.
Un piccolo gesto significativo, ripeto, fatto con molto
ritardo e la consapevolezza da parte nostra che abbiamo
un grande debito da pagare a Mario La Cava, nel momento
in cui gli rivolgiamo il più commosso pensiero e nel
momento in cui a nome, io credo, del Consiglio
regionale, a nome della Giunta regionale della Calabria,
noi esprimiamo il nostro sentimento di profondo
cordoglio eia nostra solidale vicinanza alla moglie, ai
figli, a tutti i suoi familiari, al comune di Bovalino,
alla Calabria che ha perso un'alta coscienza civile.
Intervento commemorativo del Sindaco di Bovalino Tommaso Mittiga, pronunciato sul sagrato della chiesa di Bovalino, a conclusione del rito funebre.
Con la
scomparsa di Mario La Cava se ne va l'ultima parte della
vecchia Bovalino, rifugio e fucina di un grande
scrittore, che, come dice Elio Vittorini, è rimasto in
margine alle correnti letterarie perché apparteneva a
tutte e non era propriamente di nessuna. Quale Sindaco
di questa Bovalino, che ha dato i natali a Mario La
Cava, mi limiterò a ricordare di lui i tratti umani e
l'impegno socio-politico sorretto da una grande
dirittura morale. Strano destino il suo; stamane la
città si è svegliata e scopre dai titoli di tutta la
stampa italiana che l’Avvocato, come comunemente
anche gli amici lo chiamavano, è stato in realtà molto,
molto più grande e stimato di quanto si pensava. E si
parla di lui con rinnovato stupore, con accresciuta
ammirazione, con rimpianto di non aver prima potuto
ringraziare di persona quest'uomo per i servizi resi in
positivo alla sua Calabria. Questa Calabria che egli ha
amato quasi fosse persona fisica; questa Calabria che
egli ha difeso da chi, all'interno o all'esterno della
Regione, avesse tentato di insudiciarne il nome, la
storia, la civiltà, i valori.
Titolavano dunque oggi i giornali: "Autore indipendente
e fine ingegnere di anime", Gazzetta del Sud; il
Corriere della Sera: "Lo scrittore mite e
incompreso"; la Repubblica: "Romanziere e
meridionalista"; il Messaggero: "Uno dei più
grandi scrittori calabresi"; il Giornale di Calabria:
"La Cava "meridione" dell'anima"; L'Unità:
"Raccontò la Calabria sconfitta, esempio raro di
salutare coincidenza tra identità regionale e coerenza
intellettuale e morale".
Chi è dunque questo La Cava, al quale oggi qui convenuti
per il triste evento rendiamo onore in forma solenne;
questo figlio di Bovalino che dal premio "Villa" al
premio "Sila" e al "Sibari", ha vinto tutti i premi
letterari della Regione fino ad arrivare al prestigioso
premio "Saint-Vincent" per il film tratto da Comencini
da Il matrimonio di Caterina? E' uno di
noi, è uno come noi, cari concittadini, che però ha
avuto la forza d'animo, l'intelligenza, la costanza ed
il rigore morale per animare quei pensieri o quei nobili
propositi, che per molti di noi, quando sopravvengono,
restano appunto propositi; non per Mario La Cava, per il
quale divenivano azioni, azioni squisitamente
intellettuali, certo, ma pur sempre azioni.
Il bambino scontroso, timido, con una segreta volontà di
emergere - come egli stesso si definì una volta in
un'intervista a Pasquino Crupi, suo grande estimatore ed
amico - pur nato e cresciuto in una casa benestante, non
riuscì mai a cancellare dalla mente e dal cuore la
Calabria senza scarpe; la Calabria delle castagne
secche, la Calabria della opprimente tirannia dei
padroni nell'agraria società anteguerra, la Calabria
delle lotte contadine della vicina Casignana, la
Calabria dell'arbitrio, la Calabria oggi dilaniata,
spartita, vilipesa, mortificata dalla piovra mafiosa.
E Mario La Cava scoprì che il suo disagio
interiore iniziale era divenuto vocazione e che la
vocazione aveva un solo sbocco professionale: la civile
denunzia dei mali endemici della sua terra attraverso la
penna ed uno stile scarno, disadorno, essenziale,
talvolta crudele, ma sempre civile e ponderato. Ma
sfortunatamente per lui, il periodo di maggiore vigoria
fisica, il periodo della gioventù coincise anche con
quello di minore libertà per gli italiani di poter
esprimere liberamente e compiutamente il proprio
pensiero e le proprie opinioni. Così dovette mordere il
freno per non scendere a vili compromessi, come invece
accadde a tanti intellettuali di quel periodo.
Il riscatto della
condizione di subalternità dei calabresi in ogni campo,
anche in quello culturale ed intellettuale, diviene il
fine di La Cava; riscatto che egli persegue
costantemente con la narrazione semplice ed attenta nei
racconti; con l'analisi dei fatti e degli accadimenti,
sorretta da uno studio di ricerca introspettiva nei
personaggi dei suoi romanzi; con la descrizione minuta
e sorniona di precise tipologie nei Caratteri,
vero specchio della società bovalinese e meridionale in
genere. Ma anche con la coraggiosa chiarezza ed uno
stile più efficacemente autorevole nei saggi e scritti
giornalistici pubblicati sui maggiori quotidiani e
periodici italiani.
Mario La Cava amò Bovalino. "Non vuole il male di
nessuno - scrisse Walter Pedullà. La Cava non darebbe
mai l'inferno ai suoi pur meritevoli concittadini".
Ora se n'è andato in punta di piedi, in silenzio e con
umiltà. E nella disadorna stanzetta di un ospedale
romano ha affidato alcuni mesi fa l'ultimo messaggio:
"Non sono stato mai fortunato nella vita. Sento di avere
ancora molto da scrivere e da raccontare".
Ed il racconto della propria esistenza di scrittore
meridionale rimasto legato alle sue radici, alla sua
Bovalino, alla nostra Bovalino, senza lasciarsi
avvincere da richiami mondani e salottieri, viene
affidato a noi tutd come messaggio ed esempio di vita.
E' necessario dunque che Bovalino e la Calabria non
dimentichino Mario La Cava; il suo insegnamento e la sua
Figura restino per noi adulti e non, che abbiamo avuto
la fortuna e l'onore di conoscerlo personalmente, e per
le generazioni future, per le quali pur sempre Mario La
Cava rimarrà un faro, un simbolo, una meta ideale alla
quale convergere nell'intento di dare alla nostra terra
quel contributo che la possa far crescere nella libertà,
nella cultura, nel civile confronto, ma anche nella
dimensione umana tanto cara a lui.
Intervento commemorativo di Augusto Di Marco, assessore regionale alla Pubblica Istruzione Promozione culturale, Beni Culturali e Informazione.
Quando
una personalità di rilievo, così grande come quella di
Mario La Cava, ci lascia, siamo colli da un senso di
rammarico, di tristezza profonda e anche forse da un
pizzico di senso di colpa.
La Cava è stato un grande scrittore calabrese, ma è
stato uno scrittore grande per il nostro Paese. Ed egli,
seppure conosciuto qui in Calabria e nel Paese,
probabilmente, anzi certamente, non ha avuto, qui in
Calabria e altrove, l'attenzione che una cosi grande
personalità meritava. Da qui forse quel senso di
tristezza di cui ho parlato.
La produzione sua è stata grande e importante, ed io
ritengo che con lui sia scomparso l'ultimo grande
scrittore della Calabria, che ha profuso un impegno
sociale e meridionalista di grande rilievo. Il che, lo
ribadisco, lo iscrive non nella cultura calabrese ma
nella cultura nazionale.
Io non voglio aggiungere altro a quanto ha detto il
Sindaco circa l'importanza dell'opera sua; ma voglio
fare invece un'altra considerazione: che La Cava, per i
calabresi e per gli italiani, costituisce un modello, un
esempio, una testimonianza di vita civile. In un momento
come questo, in cui anche il mondo degli intellettuali
facilmente si piega al rapporto con il potere. La Cava
ha sempre rivendicato autonomia e indipendenza di
giudizio; e in questo, anche, è il valore dell'opera
sua.
Io ho sentito, ho letto sui giornali, che, dopo lunga
malattia, egli è morto sereno; e, di questo, devo dire
che non mi sono stupito affatto, perché quando si
conduce una vita con rigore morale come La Cava l'ha
condotta, certamente il momento della morte non coglie
l'uomo-impreparato ne pauroso.
Concludo volendo ricordare che non è fatto di
provincialismo quello di La Cava d'essere voluto
rimanere nella terra sua a testimoniare il suo impegno e
il suo affetto; e invece è un motivo profondo e
d'impegno morale, di concezione etica e politica, che ha
guidato tutta la sua vita.
Per le giovani generazioni deve costituire un esempio; e
io penso che se tanti intellettuali della Calabria (e
tanti ce ne sono stati e ce ne sono), se tanta parte
della classe politica, se tanta parte della classe
dirigente avesse saputo portare nella vita 1 ' impegno e
il rigore di La Cava, è certo che la nostra terra, che
merita un migliore futuro, non sarebbe nelle condizioni
drammatiche in cui oggi si trova e da cui tutti, con il
nostro contributo, dobbiamo cercare di farla venire
fuori.
Intervento commemorativo del Prof. Pasquino Crupi, rappresentante degli intellettuali calabresi.
A nome
degli intellettuali calabresi, progressisti e
democratici, ma soprattutto per l'incarico della
famiglia, assolvo al dovere, che si riempie di nobile
tristezza, di tentare discorso non funebre, per quanto
paradossale l'affermazione possa apparire, per Mario La
Cava, la cui vocazione alla parola, alla parola autonoma
del già originale pensiero meridionale, è stata ora
taciuta dalla morte; ma taciuta nella fisicità delle sue
componenti sonore, che lamentano labbra vive, non già
nell'energia che rimane inconsunta nei suoi numerosi,
raccordati e sfortunati libri.
Recensire una vita, la vita di Mario La Cava, di fronte
alla morte, che sembra togliere significato, e alla
parola certamente toglie di essere da tutti ascoltata,
soprattutto da lui, è assai difficile. Neppure la
memoria, in questa circostanza, neppure la memoria, in
cui solitamente ci si rifugia per scacciare il presente
atroce, ci aiuta.
Qui questa sera, come ieri, la memoria, che sempre
seleziona e scarta i fatti, oggi li affolla, li
aumenta, li moltiplica; ce li sbatte contro non offrendo
l'unica strada da percorrere, sembra consigliare che
meglio è il pianto degli occhi e il pianto del cuore per
i più forti. Ne ci aiuta la stampa nazionale, che per la
firma di due illustri critici che gli sono stati amici.
Giuliano Gramigna e G. Barberi Squarciti, riconsegna su
pagine nazionali, a mezzo di Mario La Cava, quei tratti
di nitidezza, di chiarore e di onestà, che per tanto
tempo sono mancati all'immagine della Calabria. Ma
perché insistere; io credo che la migliore recensione
della vita di Mario La Cava sia stata detta ieri dalle
visite numerose alla famiglia ed è scritta questa sera
da questa folla varia e composita fatta di uomini che
Mario La Cava amava e di intellettuali che (bisogna dire
la verità) amava di meno. E che onora in lui la più alta
cattedra (l'ha già rilevato l'Assessore Di Marco), che
onora in lui, con la sua presenza, la più alta cattedra
di moralità intellettuale del Novecento letterario
calabrese.
Lo scrittore del nido, che è rimasto nel nido non
pigolandovi insincero da lontano, come fanno tant'altri.
Ed è qui, non la sua tipicità, come è stato scritto, la
sua anomali a rispetto al cammino millenario della
letteratura meridionale e della letteratura calabrese.che
è nata itinerante, che ha sempre camminato. La
letteratura calabrese, sia che abbia parlato in latino
con Cassiodoro, sia che abbia parlato in greco con
Barlaam, sia che abbia parlato in siciliano illustre con
Folco Rufo, sia che abbia parlato in italiano ed in
latino con Tommaso Campanella, è sempre fuggita dalla
regione. Mario La Cava è rimasto nella sua regione, in
questo paese di Bovalino, perché aveva capito che non
può andare in fuga dalla società dello stato d'assedio
chi ha la testa alta; chi ha la testa alta sta nella
società calabrese dello stato d'assedio. Ed egli vi ha
dimorato per tutta la sua esistenza, con l'ingresso
nella letteratura dello stato d'assedio, che è l'unica
letteratura possibile per gli scrittori meridionali e
calabresi. I quali non sono liberi, ma non solo
economicamente. Lo scrittore che vive a Milano è libero
di scegliere e inventare le sue storie; ma lo scrittore
che vive in Calabria, a Bovalino, non è libero di
scegliere le sue storie. Deve narrare storie che marcano
differenze, deve narrare - come egli ha narrato -
vicende dolenti; e in ciò però distinguendosi dal
complesso della letteratura meridionale occupata dal
potere allucinatorio della fame, dai briganti che non
potettero essere emigranti, dagli emigranti che non
furono briganti; e non c'è nelle sue pagine linde ne
ribellismo ne mafia, non perché li ignorasse. Storie di
umili e di umiliati, che non si arrendono, che lottano,
che sono vibrati dalla religione laica della visione
della vita dello scrittore Mario La Cava. Una sola
volta, ne I fatti di Casignana, dove la sua
parola, sempre perplessa, acquista questa volta
l'impazienza propria dei cronisti faziosi del Trecento,
Giovanni Villani o Dino Compagni, in quel romanzo, gli
umili, che non vogliono essere più umiliati, vanno alla
lotta per la conquista delle terre mal coltivate, le
sradicano, le recuperano dall'aridità secolare e poi ne
sono scacciati con la forza e la strage.
Si stia bene attenti: il 1974, l'anno in cui escono I
fatti di Casignana, è l’anno della rivoluzione
copernicana della narrativa di Mario La Cava, anche se
ce ne accorgiamo solo adesso che è morto; è l'anno in
cui egli scopre, malo dissimula - lui che ha sempre
detto il vero - scopre di avere narrato, attraverso
tante vicende diverse, di avere narrato il romanzo lungo
della sconfitta; della sconfitta della società
calabrese.
E poi con Una stagione a Siena, il romanzo della
sconfitta della cultura: di gruppi e di individui. In
Una stagione a Siena, che è Uscito da pochi mesi,
non ci sono dentro più figure di popolani e di popolane,
non ci sono più piccoli borghesi; lì dentro c'è Mario La
Cava, autobiografico; c'è Mario La Cava studente a
Siena, Mario La Cava scrittore esordiente in Calabria. E
vi lancia dentro il mestiere di scrivere, nella
illusione illuministica che il mestiere di scrivere può
avviare anch'esso un mutamento della società. Ed egli ha
coscienza nella Stagione a Siena, non direi la
certezza, ma il brivido che la parola, in questa società
meridionale ferocissima, in questa società calabrese
altrettanto feroce, quando la società è in guerra e
quando la società è consumata dai consumi, la parola non
si sposta verso una realtà migliore.
Quando saremo più sereni - mi dispiace dover ripetere
parole già scritte per la Gazzetta del Sud -
quando saremo più sereni, cioè quando saremo
inumanamente lontani dalla morte di Mario La Cava,
capiremo quello che non avevamo compiutamente capito:
il carattere concentrato della scrittura di questo
scrittore unitario, il più unitario degli scrittori
meridionali e calabresi; uno scrittore che è vissuto in
provincia, ma non per questo uno scrittore di provincia.
Egli non si è piegato alle mode culturali, e questo
possono farlo soltanto gli scrittori dietro cui, come
diceva De Sanctis
c'è la
pianta-uomo. E questo non è senza conseguenze sul piano
immediatamente letterario, perché quando si ha la testa
alta sulle mode culturali può avvenire questo prodigio: fare
della sconfitta narrata, la vittoria della parola, che in
lui non fu mai una "cicala spaccata", per recuperare alcuni
versi di Ludovico Arrosto. La parola, la parola libera,
indipendente, autonoma. E allora questa morte segna sì il
lutto della Calabria degli umili, dei poveri, di quelli che
aspirano ad una società migliore, ma segna soprattutto il
lutto della democrazia della parola.
E qui il critico deve cedere parola ad altri sentimenti. Ho
. sentito ieri, nella visita che ho fatto alla famiglia, in
una circostanza nella quale non si sa quali parole
pronunciare, ho sentito ieri - la parola è forte ma è
adeguata all'eroica moglie di Mario La Cava - : "Sono
rimasta sola". Non è vero signora La Cava. Le resta qualcosa
di più, se non di meglio dei ricordi. Attendono a casa i
libri di Mario La Cava. Basta aprirne uno perché accorrano e
soccorrano migliala di lettori, i quali diranno con voce
forte la probità di Mario La Cava. E da queste compagnie,
che non spariranno mai, voi sarete sempre circondata.
Questo miracolo lo produce solo l'arte, che creando pensieri
di rivolta, resta, fa più forte gli altri, lasciando povero
chi l'ha prodotto.
I figli di La Cava potranno dire non a Bovalino, ma alla
Calabria; e se ci fossero le telecamere nazionali (che si
accendono soltanto sui cadaveri) potrebbero dire all'intera
nazione, con le parole dei figli di Machiavelli: "Nostro
padre è morto e ci ha lasciati poveri". Ma vostro padre, che
vi ha lasciati poveri, ha fatto ricchi tutti noi. Noi
cresciuti al tuo libero splendore, noi che ti amammo, o
Mario La Cava.
Le Opere
|
Anno |
Titolo |
|
1939 |
Caratteri (ristampato con nuovi scritti nel 1953 e nel 1980 |
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1952 |
I misteri della Calabria |
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1954 |
Colloqui con Antonuzza |
|
1958 |
Le Memorie del vecchio maresciallo |
|
1959 |
Mimì Cafiero |
|
1962 |
Vita di Stefano |
|
1967 |
Viaggio in Israele (ristampato nel 1985) |
|
1973 |
Una storia d'amore |
|
1974 |
I fatti di Casignana |
|
1977 |
La ragazza del vicolo scuro |
|
1980 |
Terra dura |
|
1980 |
Viaggio in Lucania |
|
1986 |
Viaggio in Egitto e altre storie di emigranti |
|
1987 |
Tre racconti |
|
1988 |
Una stagione a Siena |
|
1988 |
Opere teatrali |
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1993 |
Ritorno di Perri |
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1995 |
Mario La Cava Personaggio ed Autore |