ANCORA ATTI CRIMINALI QUESTA VOLTA CONTRO UNA ABITAZIONE
Bovalino 17 marzo 2010
Dopo le saracinesche fatte segno con colpi di fucile caricati a pallettoni, dopo le auto date alle fiamme e vetrine di esercizi commerciali andate in frantumi per via di colpi di pistola, la delinquenza colpisce anche le porte e le finestre delle case. Succede anche questo a Bovalino, la cittadina di frontiera che da tempo vive rintanata nelle proprie stanze, abbassando le tapparelle per godersi un po’ di privacy tra le pareti domestiche. Non era ancora scoccata la mezzanotte del 16 marzo che in contrada “Petrara” di Bovalino, ignoti hanno sparato almeno tre cartucce caricate a pallettoni sulla finestra dell’abitazione del signor Domenico Marzano di 44 anni, impiegato all’ASL di Locri, incensurato. Una famiglia modello che, come si dice, non si è mai fatta sentire in paese: padre, madre ed un ragazzo di 13 anni che frequenta la Scuola Media del luogo. A quell’ora, i Marzano stavano per andare a letto. Bruno, lo studente, si era già addormentato di buon’ora, nella sua stanzetta, come fa tutte le sere. Domenico stava per spegnere la televisione e la moglie Angelina Multari, 37 anni si era spostata nel bagno per lavare indumenti del figlio. La casa dei Marzano è a 200 metri dalla SS 112. Al piano terra vive la suocera, Concetta Cristarella, al piano rialzato loro. Nel silenzio più assoluto, si sentono due, forse tre colpi di fucile, in successione. Il rimbombo è vicinissimo. Domenico Marzano non ha il tempo per riflettere perché dalla stanza dove dorme Bruno si sente chiamare a gran voce: “papà, papà”. Capisce che è successo qualcosa, si alza di fretta e si precipita nella stanza del figlio che, tremante, è raggomitolato nel suo lettino. “Mettiti contro il muro della finestra” gli intima il padre. Poi chiama la moglie che gli risponde dal bagno e le ordine di fare altrettanto. Nella stanza di Bruno i vetri della finestra sono sul pavimento e la serranda ha grossi buchi. Padre, figlio e moglie si stringono insieme e fanno scudo al bambino. Bruno è tremante e i genitori lo rassicurano: “Non è successo niente, non temere, ci siamo noi, stai tranquillo”. Restano così abbracciano per cinque minuti che sembrano una infinità di tempo. Si guardano in faccia. Ma restano ancora immobili. Hanno sentito una macchina che a motore a pieno regime partiva dalla zona antistante l’abitazione. Si rendono conto che è finito tutto. Domenico prende il telefono, forma il 112 e comunica l’accaduto. Passano soltanto cinque minuti e l’Arma Benemerita giunge sul posto. Ora si sentono più tranquilli e sicuri. Bruno è sempre attaccato alla mamma che lo rincuora e lo accarezza, la presenza dei Carabinieri conforta la famiglia Marzano che non può fare altro che raccontare i minuti tremendi trascorsi dal momento in cui sono stati sparati i colpi di fucile. Un altro maledettissimo fatto di cronaca turba la cittadina jonica che continua ad interrogarsi sul degrado sociale che oramai da tempo ha avviluppato la popolazione che oramai è come segregata tra le mura domestiche ed ha paura anche di frequentare gli amici, come avveniva tanti anni fa, quando era piacevole fare visita a parenti ed amici.
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Bovalino 17 marzo 2010 Bruno Marzano ha 13 anni, è un giovanottino sveglio, è incuriosito dal fatto che il giornalista abbia aperto il suo taccuino e sta scrivendo, dopo avergli chiesto che scuola frequenta. “Stavo dormendo perché alle 21.30, come tutte le sere, vado a letto. La mattina devo alzarmi più presto di altri miei compagni perché prendo lo scuolabus ed essere pronto per le 7.30. Non so che ora fosse ma ho avvertito come un forte sibilo, come un colpo di frusta. Mi sono svegliato di soprassalto, ho acceso la luce ed ho visto tanti vetri a terrà. Ho gridato forte chiamando papà e mamma, per due, tre volte e mi sono accartocciato nel letto. Ho pensato al terremoto, a qualche cosa che era successo”. Non ha difficoltà a raccontare quanto ha vissuto, Bruno è un ragazzo diligente. “Papà è corso subito nella mia stanza mi ha abbracciato e mi costretto a mettermi contro il muro. Ha chiamato la mamma che ci ha raggiunti ed uniti, ce ne siamo stati senza fiatare. Ho ancora nelle orecchie quel suono strano che mi ha agghiacciato il sangue. Quando ho capito da quel che diceva papà a mamma che si era trattato di colpi di fucile, mi son messo a tremare ed ho pianto. Poi, i miei genitori mi hanno rincuorato e la mamma mi ha portato nella sua stanza da letto. Quando ho visto i Carabinieri sono stato felice, mi son sentito al sicuro e mi sono addormentato tra le braccia di mia mamma”. |
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Bovalino 17 marzo 2010 Anche se non è scritto in nessuna parte, Bovalino vive il coprifuoco. Lo si vede giorno per giorno, al calar della luce del sole. Corso Umberto, la via storica di Bovalino dove vi sono esercizi commerciali importanti e bar, è illuminata dai soli vecchi ed antiquati lampioni e con poche macchine parcheggiate. Nessuna vetrina è rischiarata. Anche le altre strade non sono frequentate. Pochi giovani si attardano a chiacchierare nell’unico bar aperto o in qualche pizzeria. La gente ha paura, se desidera farsi una passeggiata si sposta altrove o, come spesso accade, preferisce rintanarsi a casa a guardare la televisione. E’ da tempo che la criminalità, micro e macro, tormenta la cittadina a suon di pistola o di fucile o di bombe carta. L’ultimo atto criminale si è perpetrato una settimana fa ai danni dell’artigiano Gaetano Crupi che ha la propria attività tra la via Francesco La Cava e il corso Umberto. Alle 2.15 tre colpi di fucile caricato a pallettoni sono stati scaricati contro la saracinesca. Un fracasso che stranamente non è stato avvertito da alcuno, pur essendo la via piena di abitazioni civili. Se n’è accorto lo stesso Crupi all’indomani verso le ore 9 quando ha aperto la sua bottega, informando dell’accaduto la Polizia di Stato. Nessuno ha sentito, nessuno ha telefonato. Tutti dormivano profondamente. Così si è ridotta una delle più belle ed operose cittadine della costa jonica reggina. La conca glauca, così denominata dal comm. Pietro De Domenico negli anni Sessanta, è diventata la conca della disperazione, della paura, dell’emigrazione forzata. Le famiglie temono per i propri figli. “Anche la speme, ultima dea, fugge i sepolcri”, ma son molti ancora che credono che si possa fare qualcosa per cambiare le triste realtà e riportare nel cuore della gente quella speranza che è riscatto, voglia di migliorare, di vivere insieme nella legalità con accanto lo Stato e le Istituzioni che hanno però il dovere sacrosanto e prioritario di assicurare una vita civile e serena a tutti.
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