SEQUESTRO LOLLO' CARTISANO. E' STATO CATTURATO A PLATI' DALL'ARMA DEI CARABINIERI SANTO GLIGORA DA 13 ANNI LATITANTE

Bovalino, 1 giugno 2010

La notizia della cattura di Santo Gligora  è stata appresa dalla famiglia Cartisano attorno alle 8.00. A quell’ora Deborah, il fratello Giuseppe e la mamma signora Mimma sono pronti per recarsi al lavoro. La notizia è di quelle che ti bloccano lo stomaco. I tre si guardano in viso senza profferire parola. Non hanno bisogno di parlare. I flash back si susseguono inquietanti e tumultuosi. L’uomo che da 13 anni viveva da latitante e che aveva partecipato al sequestro del loro caro papà e marito,  Lollò Cartisano, era stato catturato dai Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria agli ordini del col. Pasquale Angelosanto e da quelli del Nucleo dell’Arma di stanza a Locri comandato dal ten. col. Valerio Giardina in una  casa nella contrada “Senoli”di Platì  mentre si trovava  in tuta da footing e  correva nel giardino dell'abitazione, peraltro abusiva.

I tre familiari accendono il televisore ma vengono disturbati da una telefonata da Jesi. Sono parenti, hanno sentito la notizia, vogliono stringersi attorno ai loro congiunti. E’ la fine di un incubo.

In un angolo dello studio fotografico di Corso Umberto, Deborah e la mamma Mimma Brancatisano mi fanno accomodare. C’eravamo sentiti fin dal mattino, una telefonata di simpatia, di solidarietà. Ci raggiunge nel salottino anche Giuseppe, il figlio che il 29 dicembre del 1993 consegnò la borsa con duecento milioni di lire all’uomo incappucciato in un anfratto nei presi del cimitero di San Luca: «contate i soldi e domani sera rilasciate papà». «Mancarono di parola.  Papà non lo vedemmo più né sappiamo quando è morto». “Ogni volta che accade qualcosa che ci riporta al tempo del sequestro di papà, si riapre la ferita profonda, mai marginata. Ne parlo perché da tempo sono diventata una testimone di quanto è accaduto ed accade nella Locride. Vengo invitata nelle scuole e dialogo con i ragazzi. Un modo per mantenere viva la memoria. Una memoria che è impegno di testimonianza di tanta gente non famosa che è morta in modo barbaro per mano mafiosa: mio padre Lollò, Cecè Grasso, Gianluca Congiusta, il brigadiere Antonino Marino, l’onorevole Francesco Fortugno. Lo faccio come impegno civile per vedere un giorno non lontano la nostra terra vivere senza catene, con la legalità”. Mimma Brancatisano è profondamente commossa. “Cerchiamo soltanto la verità, la pretendiamo. Perché è stato ucciso. Quando è morto? Perché non ce lo hanno comunicato?. E’ un dubbio troppo gravoso ed ora che sembra tutto finito, è giusto che luce sia fatta”. Forte anche il ricordo per Giuseppe: “Una settimana prima del sequestro mio padre aveva accompagnato un gruppo di amici venuti a Bovalino per le vacanze per ammirare le bellezze di Pietra Kappa. Papà era un innamorato della nostra terra anche se conosceva bene la presenza di scorie che ne oscuravano l’immagine. Il destino ha voluto che proprio sotto Pietra Kappa fosse ritrovato il suo corpo”. “Siamo grati all’Arma dei Carabinieri per l’opera quotidiana di contrasto alla ‘ndrangheta, ha concluso Deborah Cartisano,  ed a tutto il team investigativo, in modo particolare al sostituto procuratore della Repubblica Nicola Gratteri  incaricato delle indagini per il versante ionico reggino,  per quanto hanno fatto e continuano a fare nella lotta contro la criminalità organizzata. Nessuno ci restituirà nostro padre, ma almeno viviamo perché resti vivo nella memoria dei nostri figli e dei figli dei nostri figli”.    (Nella foto Lollò Cartisano i cui resti furono ritrovati ai piedi di Pietra Kappa)