PROCESSATI I SEQUESTRATORI DI LOLLO' CARTISANO. LA STORIA DEL SEQUESTRO

Bovalino 17 dicembre 2010

Sono trascorsi 17 anni dalla tragica sera del 22 luglio del 1993, quando Lollò Cartisano e la moglie Mimma Brancatisano vennero sequestrati proprio mentre Lollò, sceso dalla macchina, stava aprendo il cancello per accedere nel giardino dell’abitazione, nella zona del “Bonamico”. Erano le 21.15, una serata d’estate splendida ancora illuminata da un tenue tramonto che sembrava non terminasse mai segnando l’Aspromonte con ondulazioni grigio scuro ed il mare incominciava a riflettere le luci della città e delle prime barche con le lampare. In questa atmosfera pacata e calda si consumerà il sequestro di Lollò. Tre  uomini incappucciati ed in tuta mimetica (il commando era formato da sei uomini) che evidentemente si trovavamo all’interno del giardino,  immobilizzano il fotografo, lo tramortiscono con il calcio della pistola e lo caricano sul suo stesso fuoristrada "Toyota" di colore giallo,  dove a bordo vi rimane la moglie imbavagliata e impossibilitata a muoversi. Il fuoristrada verrà trovato il giorno dopo a Bianco. Dopo alcuni chilometri la banda si divide. Quella con Lollòà proseguirà verso San Luca e l'Aspromonte, l'altra si ferma nei pressi della fiumara "Bonamico" in località "san Filippo" di Casignana, con a bordo Mimma Brancatisano che verrà buttata dalla macchina in movimento. La donna viene trovata il giorno dopo attorno le sei del mattino, quando un contadino Domenico Luppino di 60 anni, trova la donna ed avverte i carabinieri. Verso le sette scatta il controllo della Locride. Ma degli uomini della banda non c'è più alcuna traccia.  

Da quella sera cala un lugubre silenzio sul diciottesimo sequestro di persona, fino a quando, il 29 dicembre del 1993, a seguito della richiesta di 200 milioni, Giuseppe, figlio di Lollò parte da Bovalino per consegnare la borsa con la somma del riscatto ad un uomo incappucciato in un anfratto nei presi del cimitero di San Luca. “Peppe Cartisano” così lo chiamano gli amici, si attende che il papà venga rilasciato e riabbracciarlo ed invece l’incappucciato gli indica la strada per andarsene. Anche se con il cuore gelato, Peppe ha il coraggio di dire, rivolgendosi all’uomo incaricato del ritiro dei 200 milioni: «contate i soldi, domani sera, però,  rilasciate papà, consegnatecelo, ci manca tanto.».

DI Lollò, però, non si seppe più nulla,  nonostante i diversi appelli fatti dalla famiglia e le manifestazioni di piazza, per chiedere il suo rilascio e far sentire anche la partecipazione del popolo bovalinese. Anche la Commissione Parlamentare Antimafia raggiunse Bovalino per solidarietà con la famiglia, condividere il dolore dei congiunti e riaffermare con forza che il Governo avrebbe fatto di tutto per individuare i criminali e consegnarli alla giustizia. Nel 1994 vengono catturati due dei sequestratori e nel 2003 giunge alla famiglia, con posta ordinaria,  una lettera anonima da parte di uno dei carcerieri che si dichiara pentito e implora il perdono. Nella missiva, Il carceriere indica il punto, fra Bovalino e San Luca, ai piedi di Pietra Kappa,  dove è sepolto il corpo di Lollò e imputa la sua morte ad un incidente di percorso. Il medico legale, infatti, dichiarerà come causa della morte un colpo alla nuca, causato da una caduta o da un colpo mal inferto. La famiglia risponde al pentito con una lettera aperta,  concedendo il proprio personale perdono, ma nel contempo chiedono di consegnarsi alla giustizia. Il 1 giugno del 2010 la cattura di Santo Gligora  ad opera dei Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria agli ordini del col. Pasquale Angelosanto e da quelli del Nucleo dell’Arma di stanza a Locri comandato dal ten. col. Valerio Giardina, in una  casa nella contrada “Senoli” del comune di Platì.  Lollò fu trovato proprio sotto Pietra Kappa, dove, una settimana prima del sequestro, aveva portato amici turisti venuti dal Nord per ammirare le bellezze dell’Aspromonte. I funerali di Lollò Cartisano si sono svolti a Bovalino il 3 agosto 2003.