ANTONIO VINCENZO ZAPPIA DI BOVALINO UNO DEI SUPERSTITI DEL CAMPO NAZISTA DI DORA MITTELBAU

BOVALINO 27 gennaio 2012

Antonio Vincenzo Zappia, nato a Bovalino il 29 gennaio 1921, è uno dei pochi superstiti ancora viventi dell’inferno di Dora Mittelbau, dove i nazisti dal 1943 al 1945 avevano installato il centro sperimentale delle loro armi segrete: la costruzione dei missili V1 e  V2 sui quali contavano per capovolgere a loro favore una guerra fatta di atrocità assurde.  I tunnel nei quali Antonio V. Zappia (matricola assegnata appena entrato nel lager: 0215) era costretto a lavorare peggio degli schiavi, si sviluppavano ai piedi di una collinetta e dentro si moriva per il freddo, la fame, le malattie, i processi sommari anche per chi osava fermarsi solo per un attimo per riprendere fiato. Sette, otto gallerie in un intreccio “perfetto”, in parte già esistenti fin dalla I^ guerra mondiale,  per non essere avvistati e attaccati anche con bombe di grossa potenza.  In questo luogo di dolore, di sofferenze atroci e di morte, presidiava il “genio” del male: Wernher Von Braun il futuro padre della navigazione spaziale e della conquista della luna, definito dai servizi segreti alleati come “fervente nazista”, prelevato dagli Americani nel 1945 poco prima dell’arrivo dei sovietici.  Il cavaliere Antonio Zappia non lo conobbe, anche se lo scienziato transitava nei tunnel, almeno una volta la settimana, per verificare lo stato dell’arte della costruzione dei micidiali V2.
A 92 anni, con una mente lucida e con voce serena di chi ha fatto da sempre il proprio dovere ed ha portato avanti la famiglia con dignità, uno dei 1435 deportati del Kz Dora, mi mostra con orgoglio alcuni fogli di quaderno dove, con mano ferma, ha iniziato a scrivere il diario che ha come data di inizio l’8 settembre 1943, quando fu catturato dai tedeschi in una località delle campagne romane. Gli occhi vivi ogni tanto si socchiudono come rivivessero l’incubo delle atrocità naziste: le nervate sulla schiena e sul torace fino alla morte del misero deportato, il calcio crudele sotto la pancia,  l’impiccagione di disgraziati che non avevano la forza di stare in piedi.  “Ho qui il prospetto generale dei deportati a Dora, mi dice il cavaliere, “Dal 1953 al 1945 sono deceduti 304 militari su 557. Io sono uno dei 251 fortunati che hanno potuto rivedere la Patria e la famiglia. Ma, continua Zappia,  c’erano anche politici e 17 giovani che non sono stati mai identificati perché deceduti mentre si trovavano nelle gallerie”. Poi mi mostra una poesia scritta da Stanislas Radimecki, un cecoslovacco deportato nel campo di Dora-Mittelbau:  “Essi ti hanno dato un nome di donna: Dora./ Tu avresti dovuto rasserenare le fronti stanche./ Ti hanno dato un nome di donna: Dora./ Per ingannarci una volta ancora./  Tu eri Dora, una donna di pietra./ Migliaia e migliaia sono morti tra le tue braccia./ Migliaia ti hanno maledetto./ Il tuo respiro era gelido./ Il tuo sorriso di ghiaccio./ Il tuo bacio veleno”.
Dora non era il nome di una donna bensì l’acronimo di Deutsche Organisation Reichs Arbeit cioè Organizzazione del lavoro del Reich, un nome in codice del più agghiacciante dei lager: Mittelbau-Dora, in Turingia, est della Germania,  in una conca. “Dora fu costruito per volere di Hitler, dopo che la precedente base di costruzione delle V1 e V2, Peenemünde, era stata distrutta il 17 e 18 agosto 1943 dalla Royal Air Force. L'impresa industriale incaricata dei lavori fu la Mittelwerke, dalla quale il nome Mittelbau, a indicare le installazioni intorno al campo. La particolarità di questo campo è che venne insediato all’interno di un sistema di gallerie preesistenti, scavate fin dall’epoca della prima guerra mondiale; fu Hitler che impose questa scelta, in modo tale che non si sapesse della costruzione delle armi segrete, ma soprattutto per evitare che i bombardamenti angloamericani distruggessero la fabbrica. Una descrizione precisa del campo ce la fornisce Charles Sadron, deportato a Dora dal febbraio del 1944 all'aprile dell'anno successivo, che così testimonia: Il campo è concentrato sul fondo di un vallone incupito dalla foresta di faggi, di betulle e di larici, che copre i suoi versanti. Uno dei quali, a Nord, costituisce il fianco della collina sotto la quale sorge l'officina. (…)Due grandi tunnel, designati dalle lettere A e B, paralleli all'apparenza, di cica 3 km di lunghezza e orientati da Nord verso Sud, traforano la collina da parte a parte. Questi due tunnel principali sono collegati fra loro da una quarantina di gallerie chiamate Hallen, tutte orientate Est-Ovest, la cui lunghezza varia tra i 200 e i 250 metri. Un'importante rete ferroviaria trasporta da posti spesso lontani i pezzi staccati, che, attraverso treni interni, forniscono l'officina. Di là essi vengono distribuiti nei diversi punti dove vengono agglomerati in gruppi strumenti sottoposti ad una prima messa a punto e ad un controllo parziale. Questi frammenti di siluri vengono scaricati dalle aperture ovest dei capannoni nel grande collettore che costituisce il tunnel B, dove l'assemblaggio è terminato sulla grande catena di montaggio finale.”
In questa zona vennero deportati  ben  32.534 “schiavi” tra cui 1.435 italiani. Era il 26 agosto 1943.

 LE DATE IMPORTANTI

1944 febbraio - Incomincia la costruzione del forno crematoio che finirà nel mese di marzo; 1944 agosto – Inizia la creazione delle V1; 1944 ottobre – Dora diventa il lager indipendente Mittelbau; 1945 aprile – Inizia l’evacuazione detta “marcia della morte”.  L’11 aprile arrivano i soldati americani e due mesi dopo riescono a recuperare  un centinaio di V2 ed importanti documenti. Nel mese di luglio a Dora si insediano le truppe sovietiche.

 DAL DIARIO DI ANTONIO ZAPPIA

Antonio Zappia, insignito della medaglia d’onore che viene consegnata ai cittadini italiani, militari e civili, deportati ed internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra ed ai familiari dei deceduti, nella cerimonia presso la Prefettura di Reggio Calabria il 29 gennaio 2009, mi fa sedere su una poltrona accanto a sé. Mi ricordo di lui ma confesso di non aver mai conosciuto la sua storia nel campo nazista e credo siano in pochi a saperlo.  Nel suo diario abbozzato ed al quale ha contribuito alla stesura la figlia Marinella, testimonia: “L’8 settembre 1943 fui catturato dai tedeschi nelle campagne romane assieme ai commilitoni del 111° Reggimento fanteria di cui facevo parte e trasferito  a Sudan in Prussia. Qui siamo rimasti fino alla fine di ottobre. Con un trucco ci hanno radunato in 780  caricandoci su un vagone merci raggiungendo così Mittelnau. Conoscemmo il giorno successivo “Dora”. A tarda sera, ci inquadrarono per cinque e ci distribuirono una coperta ogni due persone e ci portarono in galleria. Appena entrati ci siamo trovati in un vero inferno, compressori in azione che facevano un rumore infernale, minatori che foravano pareti, deportati che lavoravano vestiti da galeotti pieni di polvere bianca in faccia e sui pigiami, magri come scheletri viventi. Ci guardavano in faccia e sicuramente ci stavano compiangendo. Un brivido ci percosse per tutto il corpo e sentii la testa scoppiarmi: saremmo diventati come loro. I letti erano a castello a quattro piani. Io ero al posto più in alto e toccavo la testa col soffitto bagnato e trasudava acqua”. “Ci hanno detto di sistemare gli zaini in  un angolo, ma il Lagersulz, la polizia di campo, persone alte e robuste, perse la pazienza e con il suo famoso nervo che era un pezzo di cavo d’alta tensione incominciò a picchiare all’impazzata, le abbiamo prese di santa ragione tutti. Io ho assistito anche a due impiccagioni, prima hanno letto la sentenza in tedesco,  russo e francese … Un altro giorno eravamo addetti a caricare un vagoncino di detriti spingendolo ad una distanza di circa 20 metri. Dovevamo scaricarlo e poi portare il materiale  con un recipiente simile ad un grosso secchio. Io avevo terminato e cercavo di riprendere fiato ma il capo si accorse di quella mia piccola pausa  e mi tirò un calcio all’altezza del fegato e caddi a terra. Mi ripresi il giorno dopo” A proposito dei missili V1 e V2 Antonio Zappia racconta: “ Ho visti uscire parecchi treni carichi, erano necessari due vagoni per il trasporto di una bomba. Una cosa allucinante, che metteva paura. Non era una vera e propria bomba, poi negli anni ’60, in televisione ho visto i missili ed ho ricordato quella immagine. Dopo sei mesi, rivive il cavaliere,  mi tolsero assieme ad altri settanta dalla galleria e ci fecero entrare nelle baracche. Anche all’esterno il lavoro era pesante e forzato e pensavo di non farcela”. A marzo del ’45 una mattina non ci svegliarono però ci alzammo lo stesso; ci preparammo in fretta perché quando dicevano «raus» se non uscivamo subito erano botte da orbi, col nervo e con un grosso palo. Intanto incominciava a correre la voce che saremmo partiti perché stavano per arrivare i sovietici e così fu. La prima cosa che fecero fu quella di darci pane, margarina e latte in polvere. Per tre giorni fu così, ogni mattina la solita razione. Qualcuno, per fame, mangiò tutto subito…”.

 DORA E LE V1 e V2

Una descrizione precisa del campo ce la fornisce Charles Sadron, deportato a “Dora” dal febbraio del 1944 all'aprile dell'anno successivo e che dormiva nella stessa galleria di Antonio Zappia, che così scrive:  Il campo è concentrato sul fondo di un vallone incupito dalla foresta di faggi, di betulle e di larici, che copre i suoi versanti. Uno dei quali, a Nord, costituisce il fianco della collina sotto la quale sorge l'officina (…) Due grandi tunnel, designati dalle lettere A e B, paralleli all'apparenza, di circa 3 km di lunghezza e orientati da Nord verso Sud, traforano la collina da parte a parte. Questi due tunnel principali sono collegati fra loro da una quarantina di gallerie chiamate Hallen, tutte orientate Est-Ovest, la cui lunghezza varia tra i 200 e i 250 metri. Un'importante rete ferroviaria trasporta da posti spesso lontani i pezzi staccati, che, attraverso treni interni, forniscono l'officina. Di là essi vengono distribuiti nei diversi punti dove vengono agglomerati in gruppi strumenti sottoposti ad una prima messa a punto e ad un controllo parziale. Questi frammenti di siluri vengono scaricati dalle aperture ovest dei capannoni nel grande collettore che costituisce il tunnel B, dove l'assemblaggio è terminato sulla grande catena di montaggio finale”

Secondo più testimonianze, Dora doveva essere l'estremo tentativo di cambiare le sorti della guerra, proprio per mezzo delle V2. Ciò fece sì che all'interno del campo lavorassero anche importanti scienziati, tra i quali il più noto è Wernher von Braun, considerato il "padre" della V2, e al quale, secondo molti, si deve in parte il progresso scientifico che ha permesso all'uomo di andare sulla Luna. Le bombe V2 sono i più grandi razzi fino ad oggi realizzati, alti 14 metri e dal diametro di 1.70 metri, pesanti circa 11 tonnellate, 9 delle quali sono di combustibile. Quando uno di questi razzi doveva essere lanciato, veniva trasportato al luogo di lancio con i serbatoi vuoti e messo su una piattaforma. Lì veniva inclinato nella direzione voluta, venivano riempiti i serbatoi e infine veniva messo nel motore un razzo d'accensione comandato a distanza elettricamente da un gruppo di tecnici che, con apparecchi radar e radio, seguivano le V2 da un apposito osservatorio   Interessante la riflessione di Cristina Pologotti su “Triangolo Rosso”, giornale a cura dell’Associazione Nazionale ex deportati politici n. 3, giugno 1997, la quale annota: “Significativo è il motivo per cui, dopo la guerra, su Dora cadde il silenzio: tutti i campi di concentramento furono riconosciuti dal tribunale di Norimberga; solo Dora non fu mai nominato. Su questo fatto molte testimonianze, tra cui quella del torinese Albino Moret, dicono che il lager di Dora non fu preso in considerazione perché con l'invenzione delle V2 ha favorito la conquista dello spazio da parte di americani e russi: ma questi non hanno alcun interesse a ricordare ciò che ha preceduto le loro imprese. Basti pensare che von Braun è diventato un eroe americano per aver portato il primo uomo sulla Luna. Oggi viene da temere che se un campo importante come Dora è quasi sconosciuto, altri campi celebri come Ravensbrück, Auschwitz, Buchenwald, Mauthausen, possano essere dimenticati.  Quindi, per non perdere la memoria ed evitare che questi orrori si ripetano nella storia, come dice Primo Levi: possa la storia dei campi di sterminio suonare come un sinistro segnale d'allarme.