SARA' RICORDATO IL REGISTA ELIO RUFFO IL 18 E 19 SETTEMBRE
SOS Africo, Tempo d'amarsi e Una rete piena di sabbia presso il Salone dell'Hotel Villa Afrodite

Bovalino, 16 settembre 2010

Elio Ruffo, giornalista e regista cinematografico, bovalinese, sarà ricordato con tre appuntamenti culturali organizzati dall'Amministrazione Comunale, Il Centro di Cultura per l'Educazione permanente dell'UNLA e la Cinetec della Calabria. Questa sera alle ore 18.00 presso il salone di Villa Afrodite, sarà proiettato su schermo gigante il documentario SOS Africo, 1949 (20'). Seguirà un approfondimento della tematica sulla condizione sociale e culturale della Calabria tanto cara al regista bovalinese, al quale parteciperanno il sindaco della città Tommaso Mittiga, il presidente nazionale dell'Unla On.le Nino Gemelli, il coordinatore editoriale della Rubbettino Editore dott. Luigi Franco, il presidente della Cineteca della Calabria Eugenio Attanasio e il direttore dell Cineteca della Calabria Dott. Giovanni Scarfò. Laureato in legge, Elio Ruffo, fece per breve tempo, dopo la guerra, il giornalista, lavorando per “L’Umanità”, “Paese Sera” e il Giornale di Calabria. Dedicatosi alla regia cinematografica, fu aiuto di Sequi, in “Monastero di S. Chiara”  e nel 1948 in “L'isola di Montecristo”. Aiuto regista di Blasetti, diresse documentari importanti “S.O.S. Africo”, “I martiri di Gerace”, “Il Monte di Pietà a Roma” e “Il bosco dei cavalli selvaggi”, girato in Sardegna, in onda, quest'ultimo in TV, anche in replica. Firmò “Tempo d'amarsi”e “Una rete piena di sabbia” ma gli scarsi introiti di quest'ultimo film, solo 5 milioni, lo esclusero dal giro dei “grandi”.
Avrebbe desiderato, iniziando un nuovo film sull'attentato di Zaniboni, incentrato sul summit di Montalto, ma non trovò i finanziatori. “La verità è che Elio Ruffo fu solo. Soprattutto perché la sua stessa Calabria non lo capì. In questa chiave la “colpa”, se colpa ci fu, fu dei calabresi. Il regista era troppo avanti rispetto ad una regione vittima di una gigantesca operazione di disgregazione culturale decisa altrove ma che ebbe consenziente il ceto “politico-dirigente” locale. Dal dopoguerra in poi (ma forse da molto prima) i calabresi si sono trovati forsennatamente impegnati in una colossale opera di rimozione. Era prioritario dimenticare di essere stati contadini, pastori, pescatori. In Calabria si dice “puzzare dalla fame” per esprimere uno stato di povertà strutturale. Una vita senza scarpe, in luridi tuguri, bambini con le croste in testa ed il moccolo al naso. Era questo “puzzare di fame”. Esattamente come si vede nelle crude foto di Tino Petrelli ad Africo nel 1948”. “Tempo d’amarsi”, in proiezione il 19 settembre,  si muove tutto fra San Luca e Bovalino. “Disoccupazione, povertà, il drammatico problema del lavoro, scrive Antonio Marando “sono il cuore del film. Un capo famiglia cade da un albero e muore e sua figlia Rosa (Loretta Capitol) si assume un ruolo di responsabilità rispetto alla famiglia innescando un conflitto con il fratello Gianni (Ciccio Pelle). Il figlio maschio si sente comunque più in dovere di trovare sostegno economico per la famiglia. Inizia la sua affannata ricerca di lavoro da San Luca a Bovalino per i cinque orfani si profila una vita di stenti”.
Ad ottobre, “Una rete piena di sabbia” che richiese un anno e mezzo di lavoro. Dopo anni di assenza, il regista televisivo Ennio De Roberti - di origine calabrese - torna nella sua terra, alla vigilia delle elezioni politiche, per un "servizio" sulle condizioni di vita degli abitanti del luogo. A procurargli l'incarico - avvalendosi delle sue "aderenze" a Roma - è stato il giovane Don Mario Cafasi, barone di Santa Lucia, che vuol farsi eleggere deputato. Tra i pescatori - di cui ha comperato il voto anticipando denaro dietro il rilascio di cambiali - ce n'è uno, Rocco, che ha spiccate qualità di calciatore e promette di diventare un campione. Benché fidanzato con Flavia, il barone ha tendenze particolari e vorrebbe, perciò, che Ennio incentrasse il suo "servizio" su Rocco; per altri motivi anche sua madre - nostalgica del fascismo, alleata con il capo-mafia e ostile all'emancipazione popolare - vorrebbe che evitasse di "far parlare" la gente, limitandosi a illustrare le bellezze turistiche del luogo. Pur sapendo che "il servizio" non verrà trasmesso, Ennio cerca invece di documentare le misere condizioni di vita degli abitanti e il gioco a cui sono sottomessi i pescatori, obbligati a cedere il loro prodotto alla mafia, a prezzi irrisori. La sua decisione si rafforza quando i sicari dell'Onorata Società uccidono Rocco, colpevole di averne voluto sfidare l'autorità; come aveva previsto, però, gli amici romani della baronessa e del capo-mafia riescono a impedire che il "servizio" venga trasmesso. Scoraggiato, Ennio torna nella capitale, con una vaga promessa, da parte di Flavia, di finanziargli un film in cui egli possa finalmente dire la sua scottante verità sulla Calabria.
Nel solco del suo “cinema verità” l'attenzione si centrò sul processo di Locri, noto come “processo di Montalto”. Il processo si concluse con la condanna di quasi tutti gli imputati e gli stessi “materiali Ruffo” furono trattenuti come prova giudiziale. La successiva morte dell’autore purtroppo contribuì a smarrire il contatto con un documento che doveva essere rilevantissimo. Infatti gli eredi non rivendicarono successivamente la pellicola. Ruffo girò varie fasi del processo. Cercò il confronto diretto con gli imputati, riuscì a rassicurarli che avrebbe trattato la loro immagine con “equidistanza”. Molto probabilmente il fatto di essere figlio del difensore di Musolino fece la sua presa su una vecchia mafia, ancora parzialmente legata a criteri pseudo-cavallereschi. La morte precoce  non gli permise di concludere il film. Era il 16 giugno del 1972.