CONTINUANO LE INDAGINI PER DARE UN NOME AI RESTI DEL CADAVERE

Bovalino 12 gennaio 2009

Buio assoluto sull’identità del cadavere i cui pochi resti (sostanzialmente soltanto ossa attaccate a nervi e qualche brandello di carne) sono stati portati sull’arenile di Bovalino, dalle onde del mare reso grosso dal forte vento di tramontana, nella nottata tra il 10 e l’11 gennaio. Niente da aggiungere sulle modalità del ritrovamento e sulle successive operazioni burocratiche-legali di pertinenza degli agenti di PS di Bovalino e della scientifica di Siderno che operano in stretta collaborazione con la Questura di Reggio Calabria e con la Procura della Repubblica di Locri.

A chi appartengono quei pochi resti che si trovano presso l’obitorio dell’Ospedale Civile di Locri? E’ un maschio o una femmina?  Esistono segni particolari che possano far risalire per intanto a modalità del decesso? Per il riconoscimento, gli antropologi forensi spesso sono in grado di risalire all'identità di un cadavere anche partendo solo da un piccolo frammento d'osso, senza ricorrere al dna ma nel caso del cadavere restituito dal mare, è necessario non solo un’autopsia accurata ma anche l’analisi del dna che necessitano di tempo, in genere 10-15 giorni, poi, sulla base delle ipotesi degli inquirenti, procedere alla verifica. Si tratta, dagli elementi certi ed acclarati, di un vero e proprio giallo in quanto le risposte alle ipotesi necessitano di chiarimenti.  A dar credito alle supposizioni che potrebbe trattarsi del giovane tunisino di 26 anni, dichiarato disperso, dopo la disavventura di pesca dalla quale non fece più ritorno, mentre il fratello ed il cognato riuscirono, a nuoto, a raggiungere la riva di Riace, c’è da chiedersi come sia stato possibile in meno di venti giorni ritrovare soltanto parte dello scheletro dal momento che il nostro mare non ospita pesci di grossa stazza. E’ questa, comunque, una delle ipotesi più accreditate e serve il dna (lo sfortunato tunisino era padre di una bambina di un anno e mezzo). L’altra ipotesi, anch’essa attendibile è che potrebbe trattarsi di un caso di “lupara bianca”; una persona scomparsa e mai ritrovata. Non dobbiamo dimenticarci del fotografo Lollò Cartisano rapito nel 1992 i cui resti furono  ritrovati per un puro caso, dopo tredici anni, nel cavo di un castagno secolare. Il ritrovamento di ieri l’altro di parte dello scheletro potrebbe far pensare allo scempio operato da cani randagi o maiali su di un corpo mal seppellito nei pressi di qualche discarica o di una fiumara. Il maltempo e le acque persistenti di questi giorni avrebbero potuto procurare qualche smottamento o frana nei pressi di fiumare (Condojanni, Bonamico, Careri, La Verde) con il conseguente trascinamento a mare di quel che restava del corpo straziato e restituito subito alla riva dal mare in tempesta a causa del forte vento di tramontana.

In quest’altra circostanza il dna chiarirebbe molte cose e si potrebbe pervenire all’identificazione della persona eventualmente scomparsa. Ma la sola autopsia potrebbe stabilire la nazionalità del cadavere e questo stringerebbe il cerchio delle ipotesi. Il ritrovamento dei resti umani di per sé si configura come un giallo sul quale gli inquirenti con il valido supporto dei professionisti della scientifica stanno già mettendo a punto le tessere di un puzzle abbastanza complicato.

Domenico Agostini