BOVALINO - SCIPPO ALLA SIGNORA VELIA RUGGIA
INTERVISTA AL SIG. GELONESE, MARITO DELLA SIGNORA VELIA
Bovalino 24 aprile 2008
Di prima mattina, appena appresa la notizia, siamo andati trovare il marito della signora Velia, Giuseppe Gelonese, dietro il banco del bar, come tutti i giorni, tranne il mercoledì, giorno del riposo settimanale. Chiediamo della stato di salute della moglie: “E’ stata fortunata, l’abbiamo immediatamente portata al pronto soccorso perché aveva lividi e sangue sul volto e nelle braccia e difficoltà nella deambulazione. Ora è a casa, ancora sotto choc”. Giuseppe Gelonese, sessant’anni, padre di tre figli, ha avuto la sfortuna, lo scorso anno, di vedersi distrutto completamente il bar per un corto circuito. Solo dopo un anno, lo scorso dicembre la famigliola si è rimboccata le maniche ed ha ripreso l’attività. “E’ pesantissimo il nostro lavoro. Iniziamo alla sei e terminiamo alle ventitre, in questo periodo. Mi sono stancato, non è possibile continuare con la paura di essere affrontati e rapinati dell’incasso della giornata. Il bottino per lo scippatore è stato di cinquemila euro, ma per noi il danno è stato notevole. La somma era comprensiva dell’incasso sui tabacchi che dobbiamo comunque restituire, degli emolumenti degli impiegati e delle somme date a mia moglie da parte di amici indiani per essere conservate e tutelate, soldi che dobbiamo restituire”. Gli chiediamo come si sono svolti i fatti ed egli ci risponde: “L’incasso della giornata viaggia sempre con me. Quella sera però ho accompagnato la signora addetta al banco. L’ho fatto perché era tardi non me la son sentita di farla andare a piedi fino a casa, un po’ distante dal bar. E’ successo che mia moglie, proprio mentre svoltava l’angolo di casa, è stata affrontata da un giovane con il viso coperto da un cappuccio. Non ha detto una sola parola, ha afferrato la borsa ed ha tirato forte. Velia si è messa a gridare difendendosi. E’ stato a questo punto che lo scippatore ha iniziato a tirare calci e pugni. Poi, mia moglie è caduta pesantemente e la cinghia della borsa si è staccata dall’anello per cui il rapinatore è scappato col bottino”. Le grida della signora sono state sentite dai vicini dopo qualche minuto e così, il marito, rientrando e vedendo la gente accorsa, ha subito pensato al peggio. Poi la corsa verso l’Ospedale e quindi la diagnosi tranquillizzante da parte dei medici. “Voglio mollare tutto. Non si può continuare a lavorare con il patema della rapina. Noi lavoriamo per poter vivere dignitosamente e portare avanti la famiglia. Qualcosa è necessario che si faccia e subito. Molte cose stanno succedendo in questo paese e non vediamo benefici tangibili”. E’ lo sfogo di un padre, di un lavoratore, di un cittadino onesto che lavora sedici-diciotto ore al giorno e che vede vanificati i sacrifici. E’ lo sfogo della gente onesta. Le istituzioni debbono fare qualcosa e presto.